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Il vecchio e il mare | Ernest Hemingway

Titolo: Il vecchio e il mare
Titolo originale: The Old Man and the Sea
Cenni sull’autore: Ernest Hemingway, secondogenito di una numerosa famiglia, nasce a Oak Park, un sobborgo poco lontano da Chicago, il 21 luglio 1899. In compagnia del padre, un medico che amava la vita all’aria aperta, viene introdotto fin dall’infanzia all’amore per la caccia e la pesca, che rimarranno le sue grandi passioni per tutta la vita. Sono esperienze di un rapporto formativo e quasi iniziatico con la natura che troveranno poi espressioni in alcuni dei suoi migliori racconti.
Notando il precoce talento gli insegnanti lo incoraggiano a scrivere e dopo il diploma viene assunto come cronista dal Kansas City Star. Hemingway inizia così una professione che non abbandonerà mai e che influenzerà profondamente la sua carriera di scrittore. Nel 1918 Hemingway si arruola come volontario nei servizi di autoambulanze e viene inviato sul fronte italiano. Ferito a Fossalta di Piave, dopo un periodo di cure a Milano ritorna in breve tempo al fronte. L’orrore della guerra in trincea lascerà un segno indelebile nello sviluppo della sua personalità e le esperienze di guerra costituiranno la base per Addio alle armi (1929), uno dei suoi romanzi più celebri. Rientrato negli USA, e festeggiato nella cittadina natale come un eroe, riprende l’attività di giornalista, e comincia a lavorare ad alcuni racconti, ma non riesce a riadattarsi.
Nel 1920 sbarca in Europa come corrispondente del Toronto Star; dopo essere partito alla volta della Spagna, nell’anno 1929, Hemingway torna negli USA stabilendosi a Key West, in Florida. Nel ’37 lavora come corrispondente di guerra a fianco degli americani e l’esperienza assumerà anche una sua forma narrativa nel famoso romanzo Per chi suona la campana, pubblicato nel 1940 e scritto a Cuba dove si è trasferito nel 1939. Nonostante i successi e la fama internazionale,scrivere gli resta sempre più difficile; il suo pessimismo cresce, l’immagine del vecchio e virile Hemingway crolla improvvisamente. Riesce a scrivere un ultimissimo racconto, la lotta del pescatore Santiago narrata ne Il vecchio e il mare (1952). Indebolito nel fisico è soggetto per lunghi periodi a una depressione nervosa che, nonostante le cure degli amici e della moglie, il 2 luglio del 1961, lo condurrà al suicidio.
Anno di pubblicazione: 1952
Edizione: Mondadori
Pagine:104
Costo: 8,50€
Consigliato: Un ‘must-read’.

‘Non lo disse a voce alta, perché sapeva che a dirle le cose belle non succedono’

E’ con questa storia che inizio la mia interminabile (sì, ne sono consapevole) storia d’amore con Ernest Hemingway. Una storia che delinea la forza di volontà, d’animo, il coraggio e la voglia di combattere e lottare di un uomo a cui ho dato da quasi un giorno uno spazietto nel mio cuore. Santiago è un pescatore, così come lo fu Hemingway e motivo per il quale mi piace pensare che questa sia una sorta di sua autobiografia, appassionato di baseball e al quale capita molto spesso, un po’ come a tutti noi, di sognare ad occhi aperti. Un uomo che dopo ottantaquattro giorni di sordida sfortuna, riesce finalmente a catturare una nobile preda, una preda che ben presto, però, si farà corteggiare e gli farà sudare sette camicie.

Una storia che, nemmeno a farlo apposta, sembra abbia voluto riportarmi a vecchie memorie, a vecchi ricordi scolpiti nella mente: il mare azzurro come un cielo d’agosto, la pesca come semplice passatempo ma anche come stile di vita, la fauna marina che spesso incute il terrore più profondo e che non ama in alcun modo la compagnia di quell’essere screanzato che è l’uomo; per me, ragazza proveniente da un piccolo paesino della Sardegna a circa trenta chilometri dal mare, è stato come riassaporare un gelato al gusto che preferivo di più quand’avevo otto anni.

‘L’uomo può essere ucciso, ma non sconfitto.’

Il vecchio e il mare è un romanzo che istiga alla vita e al coraggio più puro, alla voglia di fare e di combattere arduamente per raggiungere ‘l’obiettivo’ al quale ci si impone di arrivare; niente e nessuno, se la nostra è una buona volontà, può esserci d’impaccio, e soprattutto niente e nessuno può attraversare il nostro cammino, mettendoci i bastoni fra le ruote ed impedendoci di arrivare finalmente alla meta. Non c’è nulla che ci impedisce di ‘arrivare’, di ‘brillare’, a parte il ‘volere troppo poco’; non c’è squalo che tenga in un oceano di problemi e difficoltà che la vita ci impone e ci pone, di fronte alla nostra forza.
Oltre a questo, in questo amabile racconto, nonostante Hemingway inizialmente dica che le cose belle non accadono se le si dice a voce alta, possiamo trovare comunque Santiago che parla a voce alta a se stesso. Attraverso la sua voce il vecchio riesce a tranquillizzarsi, fa in modo che la sua speranza non svanisca nel nulla come il fumo di una sigaretta, parlando a se stesso, a voce alta, la sua forza e la sua buona volontà non vengono meno, e credo che questo sia un segno di come Hemingway ci voglia far pensare a quanto malleabile sia il nostro ‘pensare’, e dunque l’intelletto stesso, che può essere rigenerato da una parola positiva, dalla stessa positività insita in noi stessi. Insomma, non si può rischiare di dire e urlare al mondo intero un proprio desiderio per paura, una volta averlo urlato, di non essere minimamente ascoltati da quella forza oscura che in qualche modo riesce a realizzare i nostri sogni, ma non si può non utilizzare la propria voce come il miglior calmante del proprio animo.

Ciò che più mi addolora e mi rende triste, e con questo chiudo, è il fatto che mi sembra strano e mi fa rimanere di sasso che la stessa persona che è riuscita a scrivere questo romanzo, Ernest Hemingway, un romanzo forte, avvincente, pregno di voglia di continuare a lottare per tutto ciò in cui si crede, sia riuscito a compiere un gesto che va al di là di questa storia, che è totalmente contrario a ciò che è racchiuso in queste centoquattro pagine di pura ‘vita’, ovvero il suicidio. Forse anche i più forti, quelli che sembra non cederanno mai, ad un certo punto della loro vita finiscono ogni residuo di forza rimasta e si abbandonano a quello che sarà il loro ‘destino’.

10/10

Alessandra Mugnai

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-> Festa mobile 


Il mio nome è rosso | Orhan Pamuk

Titolo: Il mio nome è rosso
Titolo originale: Benim Adım Kırmızı
Autore: Orhan Pamuk
Cenni sull’autore:  Orhan Pamuk è nato a Istanbul il 7 giugno 1952. Ottiene un particolare successo nel 1982 con il romanzo d’esordio “Il signor Cevdet e i suoi figli”, affresco di tre generazioni di un’agiata famiglia di Nisantasi, il quartiere di Istanbul dove l’autore è cresciuto. A partire dai successivi romanzi, ”La casa del silenzio” ed “Il castello bianco”, per giungere ai più celebri “Il mio nome è rosso” (miscellanea di mistero, passione e filosofia) e “Neve” (romanzo dai toni spiccatamente politici), viene a delinearsi sempre più compiutamente e “prepotentemente” uno dei temi fondamentali della scrittura di Pamuk: l’incontro, problematico e conflittuale, fra Oriente ed Occidente, che coinvolge e dilania tanto la dimensione esterna quanto quella interna dell’individuo. Tra gli altri titoli si ricordano: “Istanbul”, “Il libro nero”, una delle letture più controverse della letteratura turca, grazie alla quale Pamuk conquista il successo popolare, “La nuova vita”, divenuto il più rapido best-seller nella storia letteraria della Turchia, “Gli altri colori”, dura critica alla politica del governo turco nei confronti della minoranza curda, “La valigia di mio padre” e “Romanzieri ingenui e sentimentali”, ultima pubblicazione. L’autore è stato oggetto di persecuzioni ed episodi di dura censura in Turchia per le posizioni assunte in merito alla questione del massacro turco degli Armeni e dei Curdi compiuto durante la prima guerra mondiale. Il 12 ottobre 2006 viene insignito del premio Nobel per la Letteratura, in quanto “”nel ricercare l’anima malinconica della sua città natale, ha scoperto nuovi simboli per rappresentare scontri e legami fra diverse culture“.
Anno di pubblicazione: 1998
Edizione: Einaudi Tascabili
Traduttore: Semsa Gezgin
Numero pagine: 450
Costo: 13.5€
-> Consigliato: Sì, ma solo a chi abbia voglia di pensare e leggere con capacità di critica, tanto per intenderci, non è propriamente una lettura da ombrellone!

‘Il mio nome è rosso’ non è solo una storia, è la storia di tante storie che, partendo da un nucleo centrale, si dipanano coinvolgendo personaggi, avvenimenti, tematiche, contenuti tutti differenti; in un romanzo corale in cui a far da protagoniste sono le voci di persone, animali e oggetti, tutto viene travolto dal fiume impetuoso che, diretto dagli argini devianti, va a toccare qualsiasi punto: l’arte, l’amore, la morte, la vita, la religione, la filosofia, la politica, le etnie… E termino qui la lista, ma non per questo terminano qui gli argomenti di Pamuk che, come primo aggettivo con cui essere descritto, si merita ‘completo’.

E’ completo perché tratta di un’infinità di argomenti, perché offre una panoramica tanto generale, quanto nel particolare (a volte, se vogliamo, fin troppo particolare, ma mai in modo da disturbare, solo giusto da confondere un po’), quanto nella capacità di mettere un piede in Oriente, uno in Occidente e di guardare su entrambe le sponde di questi due mondi ostili che da sempre hanno avuto da ridirsi, e combattersi, e contestarsi. Scrive Einaudi nel retro di copertina che la storia de ‘Il mio nome è rosso’ è una storia d’amore, certamente vero, ma non bisogna lasciarsi ingannare. Insomma, se siete romantici alla ricerca dell’amore austeniano, brontiano e non so cos’altro, non è ciò che state cercando. L’amore di Pamuk è un amore solitario, rivolto su più frangenti, l’amore per Allah, per la miniatura, per una donna lontana incapace di ricambiare. E inoltre, non è solo un romanzo d’amore, ma è anche un thriller d’altri tempi, i tempi del 1500, addirittura, ed è anche un trattatello filosofico intorno al modo più giusto di fare arte affinché questa sia degna di Allah e lontana dal metodo europeo.

Il metodo europeo che comporta la prospettiva, l’intuizione della profondità, la capacità di vedere il dettaglio e di rappresentare fedelmente sicché l’arte si faccia memoria; metodo aborrito dal miniaturista della scuola di Herat volto a riprodurre, solo con la memoria, con l’introspezione, e non con l’osservazione, ciò che Allah vuole vedere sul suo disegno, intento a non rappresentare il dettaglio o il viso per evitare di avvicinarsi con  ὕβρις al tentativo di farsi ricordare dai posteri, quasi atteggiandosi a semidei. L’importanza di non apporre la firma, simbolo di superbia, mira del depreco di Allah che dona il talento e non vuole figli presuntuosi, ma sottomessi alla sua volontà, laddove l’italiano, il veneziano, sente il bisogno di apporre la firma, di riprodursi con stile proprio, impossessandosi di un talento che gli appartiene per capacità, non per conseguenza divina. E’ un dibattito nel 1500 riguardo ad un’arte, la miniatura, che ormai non si pratica più, riguardo all’arte del ritratto, concezione ormai atavica del disegno, ma è un dibattito che non manca di attualità. La metafora è chiara: lo sconto, anche se solo attraverso disegni, è quello tra un Oriente di vesti teocratiche e di un Occidente moderno, blasfemo e quasi senza Dio. Ma questo non è Pamuk a pensarlo, è il cultore turco. E, se anche ci sentiamo toccati nella nostra profonda cultura paneuropea, possiamo dare uno sguardo ad altri pensieri con occhi che per una volta non sono i nostri. Insomma, l’animo europeo, per una buona volta, di fronte ai personaggi di Pamuk, zittisce e incassa le critiche. E se lo spirito europeo che legge è anche intelligente, non si sentirà offeso, ma proverà a guardarsi anche con la visuale dell’altra sponda dell’oceano culturale.

Leggere Pamuk significa aprirsi ad altri orizzonti e imparare a filtrare il resto del mondo con una cultura che è immensamente diversa dalla nostra, ma non per questo meno degna di essere conosciuta. A volte, durante la lettura, ci si sente quasi spaesati, non abbiamo più i nostri appigli di derivazione illuministica per spiegare ciò che leggiamo, ma dobbiamo imparare a muoverci su nuovi territori che, se non vogliamo, e non siamo obbligati, a fare nostri, impareremo comunque a conoscere, che si sa, c’è da conoscere in ogni angolo di questo mondo.

Insomma, con Orhan Pamuk si va a scuola mentre si naufraga tra spiegazioni di metodi miniaturisti, tra racconti di aneddoti antichi come il mondo che si impongono violenti alla vista con lo stesso odore de Le mille e una notte, tra arabeggianti tenute, colori dorati, amori contrastati e impossibili, tradimenti violenti, gelosie, intrighi, saggezze. Il rimando alla tradizione araba è continuo, apprezzabile, un dettaglio in più nella vita di un lettore che magari si è sempre e solo occupato di occidentalismo. In Pamuk vengono a mancare Romeo e Giulietta, per lasciare il posto a Cosroe e Sirin, loro colleghi orientali.

Il thriller e la storia d’amore si infilano in questi dibattiti per catturare l’attenzione del lettore che leggendo di Nero e Sekure e decisi a scoprire chi sia l’infame assassino che si aggira tra le pagine e per lasciare che chi legge possa riposarsi e tirar fiato da tutte le elucubrazioni filosofiche. Qui sta la bravura di Pamuk, nella capacità di inserire l’elemento vivo di una storia nella cornice filosofia di un tema spinoso ancora ai giorni nostri.

Non è facile leggere quello che viene definito il più importante autore turco, questo autore turco così completo, così acculturato che scrive macigni che, tuttavia, una volta digeriti lasciano nel lettore la sensazione di aver scoperto, imparato, conosciuto ancor meglio di prima. Lo stile è lento, le trame non hanno colpi di scena, persino scoprire l’assassino diventa un’occasione per rifilare al lettore una bella dissertazione riguardo il mondo dei miniaturisti. E la storia d’amore non è tanto un amore fine a sé stesso, ma la ben più alta rappresentazione di ciò che è l’uomo, di ciò che prova, di come agisce per interesse. Magistrale l’inserimento, nella narrazione, di voci come ‘la moneta’, ‘Satana, ‘il cane’, ricche di indizi volti a trasmettere il messaggio che Pamuk vuole lanciare per sensibilizzare nei confronti del dibattito che coinvolge l’Oriente e l’Occidente che, smettendo di guardarsi in cagnesco, potrebbero invece raccogliere l’uno dall’altro patrimoni culturali immensi.

Luana Cau 

Sempre a riguardo di Orhan Pamuk potete leggere la recensione di:
-> Il museo dell’innocenza
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Cent’anni di solitudine, Gabriel Garcia Màrquez

Titolo: Cent’anni di solitudine
Titolo originale: Cien años de soledad
Autore: Gabriel Garcia Màrquez
Cenni sull’autore: Gabriel García Márquez nasce il 6 marzo del 1928 ad Aracataca, un piccolo villaggio della Colombia. Nel 1947 inizia i suoi studi di giurisprudenza all’Università di Bogotà e nello stesso anno pubblica il suo primo racconto “La tercera resignacion” sul giornale El Espectator. Nel 1948 si trasferisce a Cartagena in seguito alla chiusura dell’Università Nazionale e comincia il suo lavoro come giornalista al El Universal. Collabora con diversi altri giornali e riviste americane e europee. Nel frattempo si lega ad un gruppo di giovani scrittori e insieme leggono avidamente i romanzi di Kafka,  Faulkner, Virginia Woolf. Nel 1954 torna nuovamente a Bogotà come giornalista de El Espectador e pubblica il racconto “Foglie morte”. Nel 1956 trascorre alcuni mesi a Roma, dove segue dei corsi di regia, in seguito si trasferisce a Parigi. Nel 1958 sposa Mercedes Barcha e, dopo la vittoria di Fidel Castro, visita Cuba e lavora (prima a Bogotà, poi a New York) per l’agenzia “Prensa latina”, fondata dallo stesso Castro. A Città del Messico, nel 1962, scrive il suo primo libro “I funerali della Mama Grande” che contiene anche “Nessuno scrive al colonnello”, lavori con i quali si comincia a delineare il fantastico mondo di Macondo. Nel 1967 pubblica “Cent’anni di solitudine”, che ebbe subito un grande supporto da parte della critica e che consacrò Marquez come uno dei più grandi scrittori del nostro secolo. Marquez scrisse così anche “L’autunno del patriarca”, “Cronaca di una morte annunciata”, “L’amore ai tempi del colera”, fino al Premio Nobel nel 1982.
Anno di pubblicazione: 1967
Edizione: Oscar Mondadori
Tradotto da: Enrico Cicogna
Numero pagine: 405
Costo: 10€
-> Consigliato:  Sì (lo confermano intere generazioni di lettori di tutto il mondo, non sono sola)


Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendia si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.

Inizia così, e finisce anche meglio, il capolavoro del premio Nobel Màrquez il cui titolo risveglia in tutti i lettori, senza distinzione, vecchi appassionati ricordi, vecchie amare delusioni, curiosità o semplicemente una connessione tra titolo ed autore che è una delle connessioni più famose di sempre da quando, nel 1967, il genio scrittore decise di dare alle stampe questo libro. Ma di libro non c’è granché, Cent’anni di solitudine è un oggetto che ha addosso l’argento vivo, che non sta un attimo fermo, che vive e gode di vita e pensieri propri. Nessuno dovrebbe illudersi di aver letto Cent’anni di solitudine, o Cien años de soledad per chiamarlo con il suo vero nome, perché in realtà è lui a leggere il lettore. Lo squarcia, gli fruga dentro e tira fuori qualcosa che sino allora aveva nascosto per colpirlo e trascinarlo a Macondo.
Macondo, la storica patria dei personaggi centenari di Màrquez, si è popolata così: con sotterfugi letterari, trame nascoste, parole lusinghiere, e attraverso tutti questi artifici ci si ritrova impantanati nelle sabbie mobili marqueziane senza capacità di uscirne, ma, sopratutto, senza volontà. Ma proprio mentre sei lì, a sguazzare nelle sabbie mobili, i cent’anni trascorrono e tutto ripiomba nella solitudine che, maga beffarda, se lascia in pace anche per un solo giorno l’uomo Buendìa, ma anche l’uomo-umanità, sicuramente gli farà scontare quel giorno di compagnia con altri mille di solitudine interiore, esteriore e avvolgente. E’ la storia dell’uomo, quella della solitudine; ognuno è coinvolto nelle proprie battaglie, nei propri interessi, nelle proprie passioni e nei propri conti ancora aperti col passato e si finisce così per passare sulla terra senza mai conoscere veramente chi ci sta intorno. Una storia che Màrquez ha rappresentato in un paesaggio esotico, nascosto, irragiungibile, dove fa troppo caldo, dove piove troppo e in cui la maledizione della stirpe Buendìa si esaurisce efficace e fino in fondo, ma senza fretta, si prende i suoi cent’anni, lascia che avvengano tutti i fatti che devono accadere sin quanto poi, guardinga, sa che è arrivato il momento più adatto e allora si avvinghia alla vittima e, puntuale, la porta con sé. Ciò che è straordinario, oppure forse, fin troppo ordinario, è che prima che la maledizione si compia, come si compie su ogni uomo, i personaggi di Màrquez fanno ciò che è congenito alla nostra specie, eppure riesce così difficile: vivono.
Si fanno la guerra, amano, tradiscono, creano degli universi paralleli nei quali rifugiarsi con la propria immaginazione, si lasciano tradire dalla superstizione, creano falsi miti, danno alla luce figli, si occupano di invenzioni, di magia, ma anche di impiccagioni, insomma, esplorano qualsiasi angolo della vita senza lasciarsi niente dietro e solo in fondo a tutto questo bailamme, muoiono.
Ad essere soli in tutto questo percorso non sono solo gli uomini Buendìa, lo sono anche le donne che anzi, partorendo e gestendo la casa, come Parche solitarie, tessono le fila di una generazione che tende a ripetersi, in un girotondo di nomi sempre uguali in memoria di chi ha precedentemente dato e perduto, in un girotondo di azioni che son sempre le stesse, perché la natura umana è atta a sbagliare una volta e, accortasi del gusto dell’errore, ama ripeterlo. Ursula, Amaranta, Amaranta Ursula sono donne tenaci, vive, forti, longeve in quasi tutti i casi, capaci di creare uomini che per quanto le rifuggano, si fanno poi sempre attrarre dal potere femminino e tornano sempre al ventre che li ha tenuti al buio per poi lanciarli verso l’ignota luce della vita.
C’è in tutti questi avvenimenti quel sapore gustoso, forte, che prima ancora di essere sapore si fa odore penetrante nelle narici, di latinoamericano, di cose antiche come lo è la storia del mondo, o che addirittura la precedono in un recondito e misterioso passato taciuto e misconosciuto, al quale l’uomo torna dopo aver scontato la sua pena di solitudine.
C’è in tutti questi avvenimenti quel realismo magico che Màrquez ha saputo applicare talmente bene al suo teatrino che sembra quasi normale che una giovane di bellezza ultraumana si sollevi in cielo per non apparire o mai più, che un intero paese cada nella malattia dell’insonnia e si risvegli solo grazie alle mirabolanti prodezze di uno zingaro. La commistione tra magico e reale avviene in modo così naturale da sembrare di essere caduti sotto un qualche incantesimo e di essere per una volta riusciti a sfondare la porta della normalità per approdare nel paranormale e trovarlo comunque del tutto ordinario; la commistione tra nuovo e antico si realizza nel confronto tra generazioni, tra popolazioni che si guardano in cagnesco, talvolta, e si tendono la mano stupendosi, talaltra. E’ così Macondo, piena e forte delle sue contraddizioni, un posto magico, irreale, che prende vita solo come una pianta carnivora, per acchiappare le sue prede e non rilasciarle più tenendo sempre vivo nel ricordo del lettore il cinguettio degli uccelli sincronizzati e la perfetta distribuzione delle terre ad opera del suo fondatore.
Sono così i Buendìa, invincibilmente soli, invincibilmente incompresi e incapaci di comprendere, bambini quando si tratta di scoprire una magia nuova, di tradurre delle pergamene, terribilmente spietati nel gioco lugubre della guerra, quasi sempre guidati dall’amore, e sconfitti dall’incapacità di viverlo, dall’incapacità di uscire dalla propria persona per andare incontro ad un’altra.
Ed è così che, come scritto nelle pergamene, la solitudine di due si fa solitudine di uno che ormai non ha più niente da sperare, e nella morte di quell’uno incapace di portarsi avanti, di unirsi, si nutre e si espande l’estinzione di una generazione che non ha saputo tenersi viva per inseguire chimere. Che non ha potuto rimanere viva perché  le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra.

Luana Cau


Cecità, José Saramago

Titolo: Cecità
Autore: José Saramago
Cenni sull’autore: José de Sousa Saramago nasce ad Azinhaga, in Portogallo il 16 novembre 1922. Trasferitosi a Lisbona con la famiglia in giovane età, abbandonò gli studi universitari per difficoltà economiche, mantenendosi con i lavori più diversi. Ha infatti lavorato come fabbro, disegnatore, correttore di bozze, traduttore, giornalista, fino a impiegarsi stabilmente in campo editoriale, lavorando per dodici anni come direttore letterario e di produzione. […] Negli anni sessanta, diventa uno dei critici più seguiti del Paese nella nuova edizione della rivista “Seara Nova” e nel ’66 pubblica la sua prima raccolta di poesie “I poemi possibili”. […]
Sino allo scoppio della cosiddetta Rivoluzione dei Garofani, nel ’74, Saramago vive un periodo di formazione e pubblica poesie, cronache, testi teatrali, novelle e romanzi. […] Gli anni Novanta lo consacrano sulla scena internazionale con “L’assedio di Lisbona” e “Il Vangelo secondo Gesù”, e quindi con “Cecità”. Ma il Saramago autodidatta e comunista senza voce nella terra del salazarismo non si è mai fatto avvincere dalle lusinghe della notorietà conservando una schiettezza che spesso può tradursi in distacco. Meno riuscito è il Saramago saggista, editorialista e viaggiatore, probabilmente frutto di necessità contingenti, non ultima quella di tenere vivo il suo nome sulla scena letteraria contemporanea.  Nel 1998, sollevando un vespaio di polemiche soprattutto da parte del Vaticano, gli è stato conferito il Nobel per la letteratura. José Saramago muore il giorno 18 giugno 2010 nella sua residenza a Lanzarote, nella località di Tías, sulle Isole Canarie.  (Fonte)
Anno di pubblicazione: 1995
Edizione: Economica Feltrinelli.
Numero pagine: 276
Prezzo di copertina: 9.50€
-> Consigliato:  È un libro difficile e in certi punti crudo, ma dovrebbero leggerlo tutti, tutti dovremmo rabbrividire immaginando i fatti narrati, che non sono poi così fantastici. I ciechi siamo noi. 

Cecità è rimasto sullo scaffale per due buoni mesi, prima che finalmente mi decidessi a leggerlo. Faceva parte di quella cerchia di libri molto famosi e promossi a pieni voti, per cui serve preparazione e umiltà. Soprattutto, sapevo già di cosa parlava. In occasione dell’uscita di Caino, infatti, si era molto parlato di Saramago: i suoi libri, le loro trame o alcune citazioni tratte da essi circolavano abbastanza frequentemente per il web e i social network.

La spinta decisiva a leggerlo mi è stata infine data da un autore a me caro, Albert Camus, con il suo La peste, che ho letto a inizio gennaio, per un’evidente somiglianza di superficie tra le materie trattate. Anche qui, infatti, una città cade vittima del flagello di cui si ha notizia sin dal titolo. E cos’è la peste se non una grandiosa metafora, e quale migliore trovata si poteva scegliere per descrivere la reazione di una comunità (per estensione l’umanità) di fronte a un male devastante, che colpisce senza avvisare, spaventa e sconvolge la vita quotidiana? La peste – non solo in Camus, ma da sempre, si pensi a Manzoni e ancora ai Greci, a Sofocle per esempio – in letteratura è da sempre simbolo di crisi, la manifestazione di una malattia che viene effettivamente scatenata da un agente esterno (i topi, le guerre, ecc.) ma che in realtà era già latente all’interno della comunità. Endogena, quindi. La sua natura di morbo dal punto medico è secondaria, utile ai fini narrativi, mentre assume importanza la sua caratteristica più spiccata, quella di male sociale.

Lo stesso è per la cecità di Saramago, forse ancora più terribile della peste perché si tratta di un morbo non letale, che va a mettere fuori combattimento l’organo della razionalità più schietta: la vista.

Qualche accenno alla trama – il primo a essere colpito è un innocuo automobilista fermo a un semaforo, sui cui occhi improvvisamente cala quello che verrà poi definito il mal bianco, ovvero una cecità anomala, non buia ma lattiginosa, che dal punto di vista medico non si spiega: gli occhi degli ammalati sono perfettamente sani. La reazione catena è dunque stata innescata: è superfluo dire che quest’uomo non sarà il solo, ma che il flagello crescerà esponenzialmente. Dapprima il governo cercherà di porvi freno con una quarantena, poi risulterà inutile anche questa, perché la cecità diverrà generalizzata.

Un libro che prende quindi avvio da un’idea semplicissima. Cosa succederebbe se tutti, improvvisamente, cessassimo di vedere? La risposta di Saramago altro non è se non la messa in pratica di quella frase lapidaria di Goya: il sonno della ragione genera mostri.

Cito dal retro di copertina: “Nel suo racconto fantastico, Saramago disegna la grande metafora di un’umanità bestiale e feroce, incapace di vedere e distinguere le cose su una base di razionalità, artefice di abbrutimento, violenza, degradazione. Ne deriva un romanzo di valenza universale sull’indifferenza e l’egoismo, sul potere e la sopraffazione, sulla guerra di tutti contro tutti, una dura denuncia del buio della ragione, con un catartico spiraglio di luce e salvezza.”

Non ci sono nomi in questo libro, i personaggi sono contraddistinti con indicazioni sommarie: la moglie del medico, il medico, il primo cieco, la ragazza con gli occhiali scuri, il bambino strabico, quasi che la perdita della vista implichi anche la perdita della capacità di definirla nelle cose più semplici, e anche noi che leggiamo ci ritroviamo improvvisamente ciechi, costretti a usare altri strumenti oltre a quelli consueti per capire chi sta parlando. Altra anomalia è la prosa, che rifugge i punti fermi in favore di un periodare allo stesso tempo fluido, per la mancanza di periodi definiti, e spezzettato, per la presenza continua di virgole che separano i discorsi diretti e sincopano la narrazione.

Una volta abituatici, però, il tutto scorre con facilità, ci pare quasi di sentire le diverse voci dei protagonisti, di scorgere lo scenario infernale che fino a poco tempo prima era casa nostra.

La terra su cui si muovono i ciechi non è altro che una wasteland deserta, buia, ferma, ricoperta di spazzatura, escrementi e resti umani e animali che imputridiscono, cimiteri di automobili, palazzi disabitati, negozi messi a soqquadro. La puzza dell’abbandono e della morte appesta l’aria. La cosa più difficile da sopportare nelle Malebolge, si legge nella Divina Commedia, era proprio l’odore pestifero.

E tanto l’Inferno dantesco quanto questa povera landa desolata sono luoghi in cui non v’è traccia di Dio. Anche il cielo, dice la moglie del medico a un certo punto, è coperto. Dio non può guardare giù oltre la coltre di nubi, né può farlo attraverso le immagini religiose. In una scena all’interno di una chiesa, in cui si fa sentire laverve provocatoria di Saramago, tutti i protagonisti delle scene ritratte nei quadri sono stati bendati: il responsabile viene definito dall’autore come «il più giusto, il più radicalmente umano, colui che è venuto finalmente ad affermare che Dio non merita di vedere». E ancora: «le immagini vedono con gli occhi che le vedono».

Un mondo fatto solo di esseri mortali, dunque. Gli uomini che abitano questo scenario sono sagome che barcollano sul suolo sporco, sporchi essi stessi, mezzi nudi, fantocci che incespicano gli uni sugli altri, sempre pronti a prevaricarsi per una buccia commestibile, per un po’ d’acqua. La legge del più forte viene riaffermata in ogni capitolo – le donne violentate in cambio di vettovaglie, i ciechi in quarantena fucilati dai soldati ancora vedenti soltanto per aver varcato la linea di sicurezza durante la quarantena – in un nuovo stato di natura dove la bestialità regna sovrana. Anche chi è buono è costretto a uccidere se vuole sopravvivere, se vuole fare del bene a chi ama: la discesa agli inferi si imprime nel codice genetico. Ancora una volta chiamo in causa T. S. Eliot:

❝In quest’ultimo dei luoghi d’incontro / Noi brancoliamo insieme / Evitiamo di parlare / Ammassati su questa riva del tumido fiume / Privati della vista, a meno che / Gli occhi non ricompaiano / Come la stella perpetua / Rosa di molte foglie / Del regno di tramonto della morte / La speranza soltanto / Degli uomini vuoti. ❞

(Gli uomini vuoti)

In una scena straziante e bellissima in cui la protagonista piange, impotente ed esausta in mezzo alla strada dopo la faticosa ricerca di qualcosa da mangiare, è un cane ad asciugarle le lacrime, mentre orde di ciechi le camminano a fianco senza vederla.

Ma anche nel più totale abbruttimento, “dentro di noi c’è una cosa che non ha nome, e quella cosa è ciò che siamo”. L’umanità che resta in fondo al cuore come l’acqua benedetta in una chiesa diroccata: questo è ciò che rimane quando tutto il resto svanisce. Il pianto sgorga direttamente da quella fonte. L’umanità ha perso la capacità di vedere, ma forse quella sorgente non è ancora stata prosciugata. Ciononostante, sembra dirci Saramago, fintanto che ci ridurremo a bestie lasciando la vita in preda al caos, la cecità non se ne andrà.

❝L’unico miracolo che possiamo fare sarà quello di continuare a vivere, disse la moglie, difendere la fragilità della vita giorno per giorno, come se fosse lei la cieca, e non sapesse dove andare, e forse è proprio così, forse la vita non lo sa davvero, si è abbandonata nelle nostre mani dopo averci reso intelligenti, e noi l’abbiamo portata a questo.❞

 

La paura, la crudeltà, la schiavitù mentale, la mancanza di fiducia gli uni negli altri, la superficialità delle parole e delle azioni: questo è ciò che ci ha accecati. Siamo come le galassie, che vanno allontanandosi le une dalle altre. Il finale, quasi catartico, come tutti i finali di questo genere di storie, da Sofocle a Manzoni a Camus, lascia che un raggio di sole filtri oltre la coltre di nubi, ma non riesce comunque a scacciare il pessimismo di fondo che tiene insieme questo racconto-parabola.

 

❝Perché siamo diventati ciechi, Non lo so, forse un giorno si arriverà a conoscerne la ragione, Vuoi che ti dica cosa penso, Parla, secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono.❞

Un libro drastico, definitivo, come la verità che l’uomo ha sempre avuto bisogno che accadessero cose terribili prima di trovare la voglia e la forza di reagire.

Chiara Sandretto


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