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Il dottor Zivago | Boris Leonidovič Pasternak

Titolo: Il dottor Zivago
Titolo originale: Доктор Живаго
Autore: Boris Leonidovič Pasternak
Cenni sull’autore: Boris Leonidovič Pasternak (in russo: Борис Леонидович Пастернак; Mosca, 10 febbraio 1890 – Peredelkino, 30 maggio 1960) è stato un poeta e scrittore russo. Suo padre Leonid era artista e professore alla Scuola moscovita di pittura, sua madre, Rosa Kaufmann, era pianista. Tra le personalità della cultura – musicisti, artisti e scrittori – Pasternak ebbe modo di incontrare a casa dei genitori anche Lev Tolstoj, per il quale suo padre Leonid illustrò i libri. Fin dall’incontro col compositore russo Skrjabin, Pasternak sognava di diventare pianista e compositore e si dedicava al piano, alla teoria di musica e la composizione. Compiuti gli studi al liceo tedesco di Mosca nel 1908, però, si iscrisse alla Facoltà di filosofia all’università di quella città. Durante il semestre all’Università di Marburgo, la Philipps-Universität, nell’estate del 1912 e dopo i viaggi in Svizzera ed in Italia, maturò la sua decisione di dedicarsi alla poesia. In quegli anni scrisse le sue prime poesie, che uscirono nell’almanacco Lirika (Лирика) e mostrano l’influenza del simbolismo e del futurismo. Nel 1914 pubblicò la sua prima raccolta di poesie nel libro Il gemello delle nuvole (Близнец в тучах), seguito da Oltre le barriere (Поверх барьеров, 1917), che gli portò un riconoscimento ampio negli ambienti letterari. Dal 1914 fu membro del gruppo di poeti futuristi Centrifuga (Центрифуга). Nel 1922 Pasternak sposò Evgenija Vladimirovna Lourie da cui ebbe un figlio. Divorziarono nel 1931. Seguì un secondo matrimonio nel 1934 con Zinaida Nikolaevna Neuhaus; la famiglia si trasferì nel sobborgo moscovita di Peredelkino nel 1936. Dopo la seconda guerra mondiale Pasternak mise mano al suo primo e unico romanzo, Il dottor Živago (Доктор Живаго). Il romanzo venne rifiutato dall’Unione degli Scrittori che ai tempi del regime comunista non poteva permettere la pubblicazione di un libro che, fortemente autobiografico, raccontava i lati più oscuri della Rivoluzione d’ottobre. La stesura dell’opera, che fu bandita dal governo, fu causa per l’autore di persecuzioni intellettuali da parte del regime e dei servizi segreti che lo costrinsero negli ultimi anni della sua vita alla povertà e all’isolamento. Ad ogni modo il manoscritto riuscì a superare i confini sovietici e il libro, nel 1957, venne pubblicato per la prima volta in Italia, tra molte difficoltà, dalla casa editrice Feltrinelli in una edizione diventata poi storica, di cui subito parlò il critico letterario Francesco Bruno. Il libro si diffonderà in occidente e nel giro di pochissimo tempo, tradotto in più lingue, diventerà il simbolo della testimonianza della realtà sovietica.
Nel 1958, Il dottor Živago frutterà a Pasternak l’assegnazione del Premio Nobel per la letteratura. Dapprima Pasternak inviò un telegramma a Stoccolma esprimendo la sua gratitudine attraverso parole di sorpresa e incredulità. Alcuni giorni più tardi, in seguito a pressanti minacce e avvertimenti da parte del KGB circa la sua definitiva espulsione dalla Russia e la confisca delle sue già limitatissime proprietà, lo scrittore con rammarico comunica all’organizzazione del prestigioso premio la sua rinuncia per motivi di ostilità del suo Paese. Pasternak rifiuta così la fama e il riconoscimento che avrebbe trovato all’estero per non vedersi negata la possibilità di rientrare in Patria. Da allora trascorrerà il resto dei suoi giorni senza aver ritirato il premio e comunque perseguitato. Morirà due anni più tardi in povertà a Peredelkino, nei dintorni moscoviti, nel 1960.
Il romanzo fu pubblicato legalmente in Russia solo nel 1988, nel periodo di riforma dell’Unione Sovietica promosso da Gorbačëv, e sarà nel 1989 che il figlio dell’autore Evgenij si recherà in Svezia per ritirare il premio spettante al padre 31 anni prima. (fonte: Wikipedia)
Traduzione: Pietro Zveteremich, Maria Olsoufieva e Mario Socrate.
Anno di pubblicazione: 1957
Edizione: Feltrinelli (Universale Economica)
Pagine: 471 (con incluse le poesie di Zivago)
Costo: € 10,00
Consigliato: Si

Credo che non ti amerei tanto se in te non ci fosse nulla da lamentare, nulla da rimpiangere. Io non amo la gente perfetta, quelli che non sono mai caduti, non hanno inciampato. La loro è una virtù spenta, di poco valore. A loro non si è svelata la bellezza della vita.

Ho conosciuto Jurij Andrèeviĉ Zivago e Larisa Fëdorovna Guichard diversi anni fa attraverso i volti affascinanti di Omar Sharif e Julie Christie, protagonisti di un film che vinse cinque Golden Globe e cinque Oscar. Non ricordo quasi nulla della trama di quel film, ma è piacevolmente impresso nella mia memoria come uno dei più bei film d’amore che abbia mai visto. Ed è uno dei film preferiti di mia madre, l’abbiamo visto insieme e l’ho pure registrato per lei. Insomma, un’aura di positività circonda nella mia memoria “Il dottor Zivago”.

Qualche tempo fa, in una delle mie spedizioni in libreria, ho visto su uno scaffale il libro: era un periodo di sconti e il libro mi chiamava con voce suadente, promettendo di farmi rivivere le piacevoli emozioni del film. Potevo tirarmi indietro? Ovviamente no e così l’ho comprato.

La lettura non è stata delle più semplici, soprattutto le prime cento pagine sono state abbastanza difficili da digerire e la tentazione di abbandonare Jura e Lara al loro destino molto forte. Troppi personaggi, troppe vicende che corrono parallele senza apparente rapporto tra loro. Inoltre trovo snervante la consuetudine degli scrittori russi di descrivere le città citando continuamente i nomi delle strade, come se fosse ovvio sapere dove si trovi il Mercato Smolènsk a Mosca oppure ritenere che l’esatta ubicazione di una farmacia all’angolo del vicolo Starokoniùsenny sia un’informazione rilevante.
(Ho provato la stessa irritazione con “Il Maestro e Margherita” e “Anna Karenina”, quindi se qualcuno conosce la motivazione per questa ossessione odonomastica degli scrittori russi, ebbene si faccia avanti e me la spieghi!)

L’inizio faticoso ben si coniuga con il tono minore degli ultimi due capitoli: mi piace pensare che Pasternak avesse tutta l’intenzione di continuare le vicende appena accennate nella parte finale ma non ci sia riuscito.

Non mi sono data per vinta e ho continuato a leggere: senza accorgermene ho iniziato a camminare per le strade di Mosca, a riconoscere i luoghi (ma i nomi delle vie continuano a non dirmi proprio nulla), a seguire tutti i personaggi che popolano la vicenda del Dotto Zivago, conosciuti ancora bambini per poterne meglio cogliere i cambiamenti sopravvenuti con il tempo e le esperienze. E le vite di tutti, come dei fili, hanno iniziato a intrecciarsi tra loro per tessere una trama che a pieno diritto si inserisce nella grande tradizione epica russa, come riporta la motivazione per l’attribuzione nel 1958 del premio nobel per la letteratura.

Tutti, infatti, svolgono un ruolo nella vicenda del dottor Zivago e di Lara: non c’è n’è uno per cui Pasternak spende più parole del necessario, basta aspettare e con pazienza gli eventi si dispiegheranno davanti agli occhi del lettore e ciascuno avrà la sua parte.

Le vite di Jurij e Lara scorrono parallele e si sfiorano sin dalla loro adolescenza: il giovane a Jurij Andrèeviĉ Zivago rimane subito colpito da Lara. Dopo essersi sfiorate più volte, le loro vite si allontanano e tornano a correre parallele.

[…]erano tutti insieme, vicini, e alcuni non si riconobbero, altri non si erano mai conosciuti, e certe cose rimasero per sempre ignote, altre attesero per maturarsi una nuova ccasione, un nuovo incontro.

Vite normali che devono affrontare eventi eccezionali, la guerra e la rivoluzione, che li fanno nuovamente incontrare e amare.

 Il loro era un grande amore. Ma tutti amano senza accorgersi della straordinarietà del loro sentimento. Per loro invece, e in questo erano una rarità, gli istanti in cui, come un alito d’eternità, nella loro condannata esistenza sopravveniva il fremito della passione, costituivano momenti di rivelazione e di un nuovo approfondimento di se stessi e della vita.

Ho amato Jura e Lara per le loro mancanze, per i loro errori, per l’incapacità di cambiare nonostante tutto intorno a loro tutto cambiasse a velocità vertiginosa. Pasternak non ce li descrive come due eroi, duri e puri, che sacrificano tutto per i loro ideali; no, nulla di tutto ciò nella descrizione di Lara e Jura. Sono due persone colte la cui sensibilità stride fortemente con la vuota retorica dell’ideologia rivoluzionaria e questo è la causa di tutte le loro difficoltà: continuare a vedere la realtà così com’è e non come dovrebbe essere secondo la propaganda sovietica.

Non sono certo gli unici a trovarsi in difficoltà, ma a causa delle loro vicende personali si trovano al centro dell’attenzione e quindi nella necessità di dimostrare la loro fedeltà alla rivoluzione o, in caso contrario, di mimetizzarsi in mezzo a tutti gli altri.

Sul versante opposto di Jurij e Lara ci sono Tonja (la moglie di Zivago) e Pavel Antipov (il marito di Lara). Tonja è pragmatica, sin dai primi disordini capisce che la situazione sta precipitando, che la loro vita deve cambiare soprattutto per garantire la sopravvivenza dei figli. Rinuncia senza lamentele alla sua casa e alle comodità a cui è sempre stata abituata, spinge il marito ad andare in Siberia (nella vecchia tenuta di famiglia) con la speranza di coltivare la terra per non patire più la fame e il freddo dell’inverno. E’ una donna forte che non si abbandona a lamentele o al ricordo del passato e ha chiaro il suo dovere: salvare la sua famiglia. Si rende subito conto, ancora prima di Jurij, dell’attrazione del marito verso Lara, di cui loderà sempre la disponibilità ma metterà in guardia Zivago:
”Devo sinceramente riconoscere che è una brava persona, ma non voglio fingere: è proprio il mio opposto. Io sono venuta al mondo per semplificare la vita e cercare il giusto cammino, lei per complicare la vita e far sbagliare strada ”

Pavel Antipov, invece, sacrifica tutto per la rivoluzione: sente che soltanto negli ideali rivoluzionari troverà quell’autenticità che manca nella sua vita familiare. A differenza di Zivago, non riesce a trovare l’appagamento nelle piccole cose della vita e sente che la famiglia limita le sue possibilità.

Incapace di rendersi conto dei particolari, colse l’essenziale, intuendo che Patulja interpretava erroneamente il suo sentimento per lui. Non apprezzava il senso materno che in lei faceva una cosa sola con l’amore, senza comprendere quanto fosse più grande quell’affetto del comune amore di una donna.

E’ un personaggio triste e insoddisfatto verso cui non riesco a provare antipatia. Il suo errore è quello di non avere fiducia negli esseri umani e di riporre tutte le sue speranze negli ideali rivoluzionari, che presto verranno traditi dalle stesse azioni messe in atto per garantire la supremazia della Rivoluzione.

Leggendo delle vicende del dottor Zivago, che, nonostante le sue grandi e molteplici capacità, preferisce vivere ai margini della nuova società che si va costruendo, mi è venuto spontaneo pensare che dietro questo personaggio si nascondesse Pasternak, che rifiuta il Nobel per la letteratura e preferisce continuare la sua vita lontano dai riflettori, nonostante tutti i vantaggi che quel premio avrebbe comportato. E ho anche dato a Jurij Andrèeviĉ Zivago il volto di Boris Pasternak perché è così che viene descritto: un volto dal naso camuso, un tipo come tanti altri, ma ricco di fascino per il senso di libertà e di naturalezza che si sprigionava continuamente da lui.
E da chi, del resto, Jurij può aver preso le sue idee, entusiaste prima e deluse poi, sulla rivoluzione se non dal suo creatore? Da chi gli viene la visione profondamente religiosa della storia e del ruolo dell’uomo nel mondo? Chi lo ha aiutato a mettere in versi le vicende più salienti della sua vita? Chi gli ha inculcato il rifiuto di giudicare le persone non per le loro azioni ma per la loro appartenenza religiosa ed etnica?

Ovviamente le risposte non le so con certezza, ma mi piace immaginare che Zivago sia l’alter ego di Pasternak. Questo è il vantaggio di leggere un libro di uno scrittore morto che non ha mai fatto grandi proclami. Posso fargli le domande e darmi le risposte, tutto da sola: nessuno verrà a smentirmi.

Adesso dovrei scrivere della Rivoluzione e della grandezza di Pasternak di far diventare fatti quotidiani i grandi eventi storici che hanno portato alla creazione dell’Unione Sovietica, senza sminuirne la vastità. La sua capacità di tratteggiare personaggi fittizi che incarnano le diverse forme che ha assunto la Rivoluzione sovietica: l’esaltazione degli inizi per la promessa di libertà e la disillusione degli anni successivi, quando la retorica dei rivoluzionari di professione si allontanava sempre di più dalle reali esigenze delle persone, che finivano per pagare un prezzo troppo alto per delle speranze mai realizzate. Ma questo va ben oltre le mia capacità di lettrice appassionata e lascio a ciascuno di voi la curiosità di leggere le appassionate parole di Zivago.

Allora sulla terra russa venne la menzogna. Il male peggiore, la radice del male futuro fu la perdita della fiducia nel valore della propria opinione. Si credette che il tempo in cui si seguivano le suggestioni del senso morale fosse passato, che bisognasse cantare in coro e vivere di concetti altrui, imposti a tutti.


Romanzieri ingenui e sentimentali | Orhan Pamuk

Titolo: Romanzieri ingenui e sentimentali
Titolo originale: The Naive and the Sentimental Novelist
Autore: Orhan Pamuk

Notizie sull’autore: Orhan Pamuk è nato a Istanbul il 7 giugno 1952. Ottiene un particolare successo nel 1982 con il romanzo d’esordio “Il signor Cevdet e i suoi figli”, affresco di tre generazioni di un’agiata famiglia di Nisantasi, il quartiere di Istanbul dove l’autore è cresciuto. A partire dai successivi romanzi, ”La casa del silenzio” ed “Il castello bianco”, per giungere ai più celebri “Il mio nome è rosso” (miscellanea di mistero, passione e filosofia) e “Neve” (romanzo dai toni spiccatamente politici), viene a delinearsi sempre più compiutamente e “prepotentemente” uno dei temi fondamentali della scrittura di Pamuk: l’incontro, problematico e conflittuale, fra Oriente ed Occidente, che coinvolge e dilania tanto la dimensione esterna quanto quella interna dell’individuo. Tra gli altri titoli si ricordano: “Istanbul”, “Il libro nero”, una delle letture più controverse della letteratura turca, grazie alla quale Pamuk conquista il successo popolare, “La nuova vita”, divenuto il più rapido best-seller nella storia letteraria della Turchia, “Gli altri colori”, dura critica alla politica del governo turco nei confronti della minoranza curda, “La valigia di mio padre” e “Romanzieri ingenui e sentimentali”, ultima pubblicazione. L’autore è stato oggetto di persecuzioni ed episodi di dura censura in Turchia per le posizioni assunte in merito alla questione del massacro turco degli Armeni e dei Curdi compiuto durante la prima guerra mondiale. Il 12 ottobre 2006 viene insignito del premio Nobel per la Letteratura, in quanto “nel ricercare l’anima malinconica della sua città natale, ha scoperto nuovi simboli per rappresentare scontri e legami fra diverse culture“.
Anno pubblicazione: 2012
Edizione: Einaudi
Prezzo: ahimè 18 euro
Traduzione: Anna Nadotti
-> Consigliato: a chiunque ami Pamuk e voglia conoscerlo meglio, ma anche a chiunque voglia affrontare le proprie letture con maggior consapevolezza.

“Fu prendendo seriamente i romanzi che imparai a prendere sul serio la vita, quando ero giovane. La letteratura ci induce a prendere seriamente la vita mostrandoci che abbiamo il potere di influenzare gli eventi, e che sono le nostre decisioni personali a configurare la nostra esistenza.”

Partiamo da lontano. Le Norton Lectures sono un ciclo di sei conferenze sulla poesia “intesa nel senso più ampio possibile” tenuto ogni anno a Harvard. Chiamati a relazionare, fin dal 1925, sono nomi di spicco della letteratura, della musica e dell’arte in generale. Se avete sentito parlare delle “Lezioni americane” di Calvino, sapete di cosa sto parlando. Calvino avrebbe dovuto essere il relatore per l’anno 1985. Nomi del calibro di Eliot, Stravinskij, Borges, Eco si sono succeduti nel corso degli anni su quel palco. Le lezioni vengono poi pubblicate dalla Harvard University Press.

Nel 2009 le Norton Lectures sono state tenute da Orhan Pamuk, Nobel per la letteratura 2006.

Ad incuriosirmi, quando in biblioteca nel settore novità ho visto questo libro, è stato il titolo. “Romanzieri ingenui e sentimentali”: di cosa parlerà? L’ho rigirato tra le mani per un po’, prima di capire che non si trattava di un romanzo, ma di lezioni tenute da Pamuk sull’arte del romanzo.

Pamuk è un autore che mi incuriosisce molto. Dopo aver letto “Il mio nome è rosso”, che mi aveva lasciata in uno stato quasi inspiegabile di fronte a tanta erudizione, profondità e originalità, desideravo conoscere meglio quest’autore. Perciò avevo letto molte sue interviste e recensioni ai suoi romanzi. Ma nonostante tutti i miei sforzi, rimaneva per me un personaggio esotico, così distante, quasi inconoscibile.

Immaginate la mia gioia pertanto nel vedere soddisfatta la mia curiosità da “Romanzieri ingenui e sentimentali”. Queste sei lectures ci fanno entrare nell’arte del romanzo (della sua composizione così come della sua decodifica) da una porta privilegiata: il punto di vista di Pamuk. E così veniamo a sapere come lui si prepara per scrivere un romanzo, come lo compone, quali sono i principi fondamentali cui si attiene, il tipo di lettore cui si rivolge. Ma non solo. Parlando di sé, Pamuk ci rivela i segreti di più di tre secoli di romanzieri e di lettori. Sì, perché esistono anche lettori (non solo romanzieri) ingenui e lettori sentimentali.

Ma partiamo dal principio. Nel 1795 Friedrich Schiller scrive il saggio intitolato Über naive und sentimentalische Dichtung (“Sulla poesia ingenua e sentimentale”) in cui egli distingue tra produzione poetica ingenua (la poesia degli antichi, spontanea, vicina alla natura) e sentimentale (conseguenza del distacco dell’umanità moderna dalla natura, che aspira a ritornare alla condizione privilegiata degli antichi). Questo saggio fornirà la base teorica alla distinzione tra letteratura classica e romantica, e influenzerà tutta la teoria letteraria successiva.

Partendo da queste due categorie, Pamuk analizza diversi modi di avvicinarsi al romanzo, sia da parte degli autori che dei lettori, di volta in volta più ingenui o più sentimentali. Ma guai a chi è solo ingenuo o solo sentimentale!

Il percorso attraverso l’arte del romanzo si dipana attraverso sei tappe (del resto, sei sono le conferenze):

I. Cosa fa la nostra mente quando leggiamo romanzi.

II. Signor Pamuk, tutto questo è davvero successo a lei?

III. Personaggi, intreccio, tempo.

IV. Parole, quadri, oggetti.

V. Musei e romanzi.

VI. Il centro.

Man mano che procediamo nella lettura, scopriamo tante di quelle cose a cui non avevamo mai pensato, che da quel momento in poi nessun romanzo sarà più lo stesso. Ve ne anticipo una (perché non voglio togliervi il gusto di scoprirle da voi): sapevate che la nostra mente compie almeno otto azioni contemporaneamente mentre leggiamo un romanzo? La prossima volta che vi mettete a leggere, provate a inventariarle. E poi confrontatele con quelle elencate da Pamuk nella sua prima lecture. Un’altra: cos’è il “centro” del romanzo? È il motivo per cui noi continuiamo a leggere romanzi. Sì, ma che cos’è? Non ve lo dico. Dovete scoprirlo da voi.

Questo libro diventa così una guida da tenere sotto mano e da consultare di tanto in tanto per capire ciò che stiamo leggendo e per capire noi stessi mentre leggiamo. Uno libro da sottolineare, riempire di appunti e avere sempre a portata di mano. Il problema è che il prezzo è veramente alto. Come dicevo, io l’ho preso in biblioteca ma mi è dispiaciuto non poterlo studiare meglio, come avrebbe meritato. Mi toccherà attendere un’offerta propizia o l’edizione economica. Se ne avete la possibilità, comunque, acquistatelo: sono soldi davvero ben spesi!

 

Anya Pellegrin

Sempre riguardo Pamuk potete leggere la recensione di:
-> Neve
-> Il mio nome è rosso
-> Il museo dell’innocenza 


Caino | José Saramago

Titolo: Caino
Titolo originale: Caim
Autore: Josè Saramago
Cenni sull’autore:  José de Sousa, padre di Saramago, era un agricoltore, che si trasferì con la famiglia a Lisbona nel 1924, dove trovò lavoro come poliziotto. Costretto ad interrompere gli studi secondari fece varie esperienze di lavoro prima di approdare al giornalismo che ha esercitato con successo su vari quotidiani. Dopo il romanzo giovanile Terra e due libri di poesia caratterizzati da una forte sensibilità ritmico-lessicale, si è rivelato acquistando fama internazionale con un’originale produzione narrativa in cui rielaborazione storica e immaginazione mistica e allegorica, realtà e finzione si mescolano in un linguaggio tendenzialmente poetico e vicino ai modi della narrazione orale. Riconosciuto come uno degli autori più significativi del Novecento, la sua produzione spazia dalla poesia al romanzo, dal teatro La seconda volta di Francesco d’Assisi e Nomine Dei ai racconti storici.
Intellettuale raffinato ed impegnato, ha spesso fatto discutere per i suoi racconti dissacranti che colpiscono al cuore i mali della nostra società. Nel 1998 l’Accademia di Svezia gli ha conferito il Premio Nobel per la Letteratura premiando le sue qualità di scrittore ma anche l’uomo delle battaglie civili.  Fissa in una frase il perché del proprio scrivere: “Le parole sono l’unica cosa immortale: quando uno è morto, ai posteri rimangono solo loro”.
Edizione: I Narratori, Feltrinelli
Numero pagine: 142
Costo: 15,00
-> Consigliato: Consigliatissimo.

‘Dio non potrebbe essere mai cattivo oppure non sarebbe dio, di cattivo abbiamo il diavolo, Ma neanche può essere buono un dio che dà ordine a un padre di uccidere e bruciare sul rogo il proprio figlio solo per mettere alla prova la sua fede, questo non ordinerebbe di farlo nemmeno il più cattivo dei demoni.’

Un Saramago sorprendentemente ironico, cinicamente scettico ci delinea la storia di Caino, lo stesso personaggio che si può facilmente trovare in uno dei maggior best seller del mondo, ovvero la Bibbia e il suo Antico testamento. Attraverso le innumerevoli avventure del personaggio appena citato, l’autore ci dà un quadro abbastanza trasparente della sua visione religiosa. Non a caso, l’arguto scrittore, sceglie come protagonista di quest’opera proprio Caino, uno dei personaggi più malvagi dell’intera storia biblica. Lo fa, contrariamente a ciò che ci si può aspettare leggendo il titolo del libro e aprendo lo stesso, in una maniera del tutto originale: il protagonista non è la personificazione del male come si può pensare, ma è una persona, un essere umano come tutti gli altri, non migliore né peggiore.

Attorno alla storia da cui nacque ‘tutto’, ovvero quella di Adamo ed Eva e il peccato dovuto alla tremenda bellezza del frutto proibito ma anche e soprattutto all’ingordigia e all’irrefrenabile curiosità dovuta a ciò che non è permesso tipica dell’uomo, abbiamo le avventure in cui Caino si alterna per tutta la durata del libro come protagonista o come semplice spettatore o in alcuni casi, ‘visitatore’.

Attraverso i resoconti delle varie storie ‘religiose’ riportate all’interno dell’opera di Saramago viene delineata la figura di un Dio che, a dispetto di ciò che ci si aspetta, non perdona, un Dio infantile e vendicativo, un vero e proprio Diavolo divino. In questo penso stia il succo di tutto il racconto: il ribaltamento della tipica figura malvagia (Caino) guidata da quella forza oscura che viene solitamente definita come ‘diavolo’ e che soprendentemente viene tradotta e ricostituita in una figura buona e soggetta al potere di un Dio senza ragione, un Dio crudele nei confronti di ciò che lui stesso è riuscito a creare.

E’ un genio, quello di Saramago, che prima di questo libro non avevo mai avuto la fortuna d’incontrare, che mi ha lasciata stregata durante tutta la durata del racconto, ma anche divertita. Sono centoquarantadue pagine di puro divertimento, ma allo stesso tempo di puro ragionamento forzato. Un Saramago che, se non fosse per la sua quasi totale mancanza di punteggiatura (a parte il punto e la virgola) riceverebbe, a mio modestissimo parere, quei due punti che gli hanno impedito di arrivare ad un pieno dieci su dieci.

‘La storia degli uomini è la storia dei loro fraintendimenti con dio, né lui capisce noi, né noi capiamo lui.’

Voto: 8/10

Alessandra Mugnai

Riguardo Saramago potete leggere anche la recensione di:
-> Cecità 


Opinioni di un clown | Heinrich Böll

Titolo: Opinioni di un clown
Titolo originale: Ansichten eines Clowns
Autore: Heinrich Böll
Notizie sull’autore: Böll era l’ottavo figlio di un falegname di Colonia. Cresciuto in ambiente cattolico, pacifista e progressista, Böll si oppose al partito nazista e negli anni trenta rifiutò l’iscrizione nella Gioventù hitleriana. […] Nel 1949 fu pubblicato il primo romanzo, Der Zug war pünktlich (Il treno era in orario). Böll frequentò il Gruppo 47 insieme a Günter Grass, Ingeborg Bachmann e altri. Nel 1951 ricevette un premio per il racconto satirico Die schwarzen Schafe (La pecora nera). Seguirono molti romanzi e racconti. Sono per lo più ambientati nella Germania post-bellica e raccontano di emarginati in una società che cerca di rimuovere velocemente il passato. La sua opera è stata definita Trümmerliteratur (“letteratura delle macerie”), con implicito riferimento alle rovine causate dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale, che gradualmente diminuirono nei due decenni del dopoguerra e la ricostruzione. Böll fu un esponente di spicco degli scrittori tedeschi che cercarono di confrontarsi con la memoria della guerra, il nazismo e l’Olocausto, e i relativi sensi di colpa. [continua a leggere]
Anno pubblicazione: 1963
Edizione: Mondadori
Prezzo: 9 euro.
Traduzione: Amina Pandolfi
-> Consigliato: Sì.

 

In una Germania postbellica le ombre dei decenni appena passati si allungano tanto sulle nuove quanto sulle vecchie generazioni, che sentono pesare sulle proprie spalle anni e anni di responsabilità e di misfatti. Ognuno cerca di distogliere gli occhi dai propri rimorsi, di coprirne il chiasso con le chiacchiere dei circoli borghesi e il loro vuoto buonsenso o, ancor peggio, il loro moralismo e apparente conservatorismo religioso. Ma perché mi dilungo? Costoro non sono i protagonisti, non hanno voce in capitolo nel libro, tant’è che conosciamo giusto qualche nome a titolo informativo, qualche tratto evanescente. La loro parte, se c’è, è quella dei bersagli, perché appunto Opinioni di un clown si intitola questo romanzo di Heinrich Boll.

Il nostro antieroe, o forse meglio sarebbe dire eroe anti, è un clown di nome Hans Schnier, afflitto in egual misura da mal di testa e malinconia (entrambi mali duri a morire), con la curiosa dote di saper riconoscere gli odori attraverso il filo del telefono – dettaglio non trascurabile, perché gli altri personaggi del libro, quei borghesi dabbene di cui sopra contro cui lui si scaglia, saranno qualificati in gran parte dagli odori che Hans associa loro, ad esempio: “Immediatamente mi colpì in viso una zaffata d’alito che sapeva di birra”.   Un modo efficace per descrivere alludendo solamente.

Hans è il figlio di una ricca famiglia protestante, ma è stato cresciuto nel segno del cattolicesimo, educazione da cui ha ottenuto solo di diffidare di entrambe le religioni. In un dialogo che è una dichiarazione di modus vivendi, dichiara infatti: “I cattolici mi rendono nervoso perché sono sleali […]. I protestanti mi fanno star male per quel loro pasticciare intorno alla coscienza […] e gli atei mi annoiano perché parlano sempre di Dio. […] Io sono un clown”.

Sin dalla prima pagina lo vediamo intrappolato in una vita scandita da punti di partenza e punti di arrivo, fatta di monete per il taxi, chiavi nelle toppe, giornali comprati in edicola – una “scioltezza perfettamente studiata”. Il romanzo però, come spesso accade, inizia laddove questo automatismo si inceppa.

Siamo di fronte a una crisi: lavorativa, poiché la sua carriera ha subito una battuta d’arresto a causa di un infortunio, e amorosa, perché Maria, la sua donna, cattolica praticante, ha preferito diventare «una first lady del cattolicesimo tedesco».

Il romanzo si muove su due piani contrapposti: da un lato il tentativo disperato di Hans di riavere Maria, che si mette in atto sostanzialmente tramite una serie di telefonate dirette a tutti quegli odiati membri della Bonn dabbene, contro cui – stabilito che non vogliono aiutarlo – Hans si scaglia senza mezzi termini, mettendoli davanti alla loro ipocrisia. Dall’altro apprendiamo la vicenda di Hans e Maria grazie a un grande flashback, a partire dalla loro conoscenza fino alla separazione.

Più che di azione, si tratta quindi di aggiustare i conti con la propria coscienza, di dire tutto ciò che si è taciuto perché mantenuti dall’odiata società. Hans non teme di dare giudizi: “Io penso che i vivi sono morti e i morti sono vivi, ma non come lo intendono i cristiani e i cattolici”. E ancora: “Erano così commossi da tutta quell’aria di pentimento e da quelle altisonanti dichiarazioni di democrazia che ogni incontro finiva sempre con grandi abbracci e proteste di fratellanza. Non capivano che il segreto dell’orrore sta nel particolare. È molto facile, un gioco da bambini, pentirsi di grave colpe: errori politici, adulterio, assassinio, antisemitismo. Ma chi perdona un particolare, chi comprende i dettagli?”.

Per una volta non è la società a guardare l’outsider, ma l’outsider a guardare con occhio chirurgico la società, a penetrare sotto la sua pesante maschera e a vederla per come essa è: grottesca, alla deriva, aggrappata a falsi miti, falsa lei stessa. Il cerone che il clown si applica sul volto è quello più appariscente, perché illuminato dai riflettori del palcoscenico, ma non è l’unico.

Chi può essere a cantare l’umanità quando i suoi abitanti sono diventati dei pagliacci? Un clown, che qui fa il pagliaccio ma non lo è. Com’era quella frase? Ah sì: “Nascondi ciò che sono e aiutami a trovare la maschera più adatta alle mie intenzioni”.

Arrivati alla fine del libro, dopo che Hans ha esternato tutto il proprio risentimento, il punto di non ritorno è stato oltrepassato. Tutte le menti capaci di vedere la verità sono messe al bando dalla propria epoca, additate a capro espiatorio, Hans lo sa, e così sceglie lui stesso di non rientrare in quel circolo vizioso da cui un’accidentale caduta lo aveva tratto in salvo. Non resta altro che dipingersi ancora una volta il viso – “l’abito professionale è la migliore corazza, vulnerabili sono soltanto i santi e i dilettanti”, si legge alla fine – con una biacca un po’ secca, vedere le screpolature che si aprono in corrispondenza delle rughe – “come il viso di una statua appena dissepolta nel corso di scavi archeologici” – e uscire in strada, scegliendo di non scegliere un ruolo, ma di sedersi sui gradini della stazione di Bonn, con una chitarra, e cantare, cantare ciò che sente e non ciò che gli viene detto, “cantare fuori dal coro”. E tuttavia è davvero una vittoria? L’atto di emarginare se stesso, preservando la propria dignità, la propria individualità, è un successo, alla maniera dei vecchi eroi contro, o solo uno sconfiggersi prima che lo faccia qualcun altro?

Per concludere con una nota personale, di questo romanzo di Heinrich Böll non so cos’altro dire se non che è straziante, e che mi ha spiazzata perché me lo aspettavo molto diverso. Ero pronta a un cinismo gratuito, ho trovato il dolore di una ferita che non si rimargina, parole senza speranza e piene di risentimento, ma più che dovute. Da piccoli ci dicevano sempre che i clown, che ci facevano ridere dal palcoscenico, in realtà erano persone molto tristi. Ora, leggendo questo romanzo, ho avuto il privilegio di vedere le lacrime di un clown, uno spettacolo a cui non sono potuta rimanere indifferente. “Pensa a me, pensa al clown che piange nella vasca da bagno, mentre il caffè  gli sgocciola sulle pantofole”. La sua sofferenza è vera, non conosce indulgenza verso chi gli ha portato via la persona che ama, eppure sa perdersi in momenti di tenerezza quasi puerile quando pensa a costei – “…e il viso così vicino alla sua testa da poter portare con me nel sonno il profumo dei suoi capelli” – se la immagina infelice nella vita che ha scelto, non capisce come abbia potuto darla vinta a loro e alle loro ciance, spera che tornerà da lui anche se infondo sa che non lo farà. Alla fine, vedendolo sui gradini della stazione di Bonn, mi sono fermata e ho lanciato una moneta nel suo cappello. La voce della stazione annunciava un treno da Amburgo. Lui ha smesso di cantare per un istante, come spaventato dal tintinnio della moneta – un nuovo istante da aggiungere alla sua collezione. Io sono passata oltre, e lui ha ricominciato.

Chiara Sandretto 

 


Herzog | Saul Bellow

Titolo: Herzog
Titolo originale: Herzog
Autore: Saul Bellow
Cenni sull’autore: Saul Bellow è nato nel 1915 a Lachine, nel Quebec, da genitori ebrei russi emigrati in Canada. Nel 1924 la famiglia si trasferì a Chicago, dove lo scrittore compì i suoi studi, laureandosi in antropologia e sociologia. Il suo primo romanzo, L’uomo in bilico (1944), venne accolto con grande favore dalla critica (fra i più entusiasti il grande Edmund Wilson), e ciò gli valse una borsa di studio che gli consentì di soggiornare due anni in Europa, dove poté dedicarsi a tempo pieno alla letteratura. Tornato in patria, alternò per molto tempo l’insegnamento universitario all’attività di scrittore, perseguita con successo sempre crescente, fino al massimo riconoscimento del Nobel, ottenuto nel 1976. Dopo L’uomo in bilico, diede alle stampe La vittima (1947), seguito da Le avventure di Augie March (1953), accolto con grande entusiasmo da critica e pubblico, e da La resa dei conti (1956). Il successo internazionale glielo assicurò Il re della pioggia (1959), poi confermato da Herzog (1964), Addio alla casa gialla (1968), Il pianeta di Mr. Sammler (1970), Il dono di Humboldt (1975). Nella sua produzione più tarda sono da segnalare Il dicembre del professor Corde (1982), Quello col piede in bocca (1984), Ne muoiono più di crepacuore (1987), La sparizione (1989), Il circolo Bellarosa (1989). Da ricordare infine le opere teatrali L’ultima analisi (1964) e C’è speranza nel sesso? (1966), oltre al saggio Gerusalemme andata e ritorno. Commentario personale (1976). Saul Bellow è morto Martedì 5 Aprile 2005 a 87 anni.
Anno di pubblicazione: 1964
Edizione: Oscar Classici Moderni
Traduttore: Letizia Ciotti Miller
Numero pagine: 405
Costo: 10€
-> Consigliato: consigliatissimo!

Ah, la magniloquenza dell’autogiustificazione, pensò Herzog. Che genio sapeva suscitare nei mortali, perfino in quelli con il naso più rosso.

Ah, poveretto!- e Herzog per un momento si unì al mondo obiettivo, e da quell’altezza guardò giù, a se stesso. Anche lui poteva sorridere di Herzog e disprezzarlo. Ma rimaneva sempre il fatto. Io sono Herzog. Io sono obbligato a essere quest’uomo. Nessun’altro può esserlo al posto mio.

Mentre parlavo con una cara amica dell’ultimo film di Woody Allen, all’uscita dal cinema, ho avuto la brillante idea di spostare il discorso su uno dei personaggi (la ragazza tutta pose intellettualoidi). Mi ricorda tantissimo C., dico ridendo sotto i baffi, una nostra vecchia conoscenza. Lei, accogliendo la risata con un sorriso un po’ più prudente, mi ha detto che in realtà quel personaggio le ha messo addosso la paura di risultare così agli occhi della gente, nel parlare di arte e letteratura al suo solito modo entusiasta. E’ stata una stilettata. La risata mi è morta sulla bocca, e la domanda è arrivata in un secondo: è C. o sono io? Cosa mi impedisce di essere la ragazza tutta pose intellettualoidi durante un discorso? Non cerco forse anche io di calcare il personaggio, di dare lustro al mio ego, oltre a esprimere un interesse? Il mio discorso frivolo puzzava.

Ecco, c’è chi queste domande autoindagatorie le evita del tutto, non andando a fondo nel cercare la sorgente della puzza. C’è, poi, chi ricorre alla servizievole, sempiterna filosofia del “eh-ma-io”. Rido di un comportamento altrui e, nel momento in cui mi accorgo di aver fatto la stessa cosa qualche tempo prima, reprimo il tutto con un celere cerotto “eh-ma-io”, che sembra gonfio di giustificazioni sensate, ma in realtà è solo fumo negli occhi (i miei, gli altri ci credono solo se spinti da un affetto fiducioso). Eh-ma-io l’ho fatto per una ragione. Eh-ma-io l’ho fatto diversamente. Eh-ma-io sono io.

A contorno di questa serata, arriva Herzog con la sua burbera necessità di scrivere lettere a chi gli pare, per lamentarsi, muovere critiche, specificare, spiegare, fare scacco. Scrive, scrive, e non spedisce mai. Quante volte l’abbiamo fatto? Io sono sempre stata un Herzog. In preda alla rabbia o all’umiliazione, ci organizziamo il discorso del secolo, quello capace di far ammutolire il mondo per un istante, la zia arcigna, la cugina con l’acidità nel sangue (più o meno del nostro?), parenti serpenti ed ex amici che ancora si gloriano di avere avuto la meglio su di noi. Ci dedichiamo cumulativamente ore e ore – giorni, anni – a questi sogni a occhi aperti, a queste opere d’arte. Potiamo e innestiamo in modo da ottenere il meglio e vincere che? Solo un sospiro di sollievo dal mondo, che si disperde in fretta e non lascia odore.

Io non ho potuto fare a meno di affezionarmi a Herzog. Con un piede sul suo io imbizzarrito (ora attraverso la prima persona, ora sbirciando le sue lettere), e con l’altro sulla terra solida accanto a lui, Bellow lo osserva da dentro e da fuori, serpeggiando. I personaggi che si avvicendano tra le pagine intorno a Herzog ci sembrano quasi tutti meschini, falsi, capaci di condotte miserande e di mantenere al contempo una brillantissima faccia tosta. Come quelli che popolano il nostro mondo, d’altronde: gli stronzi ci danzano attorno, e noi li guardiamo dal nostro baluardo di innocenza.

Herzog, dal canto suo, è una corda tesa di emozioni, pronte a vibrare al minimo tocco. La rabbia improvvisa limata dall’autoanalisi, la profonda sofferenza, la cecità di fronte all’inganno, la spietata fede nell’amico più caro, l’amore cagnesco che non scompare dopo una raffica di pugni: è un pagliaccio sofferente. Cede alla tentazione dell’eh-ma-io, ma pian piano aggiusta la rotta e se le dà di santa ragione, da solo. Scopre.
Sarebbe anche il nostro turno, magari.

Una nota a margine: c’è una cosa che adoro nei buoni libri, ed è la capacità di descrivere una sensazione passata sulla pelle di tutti in un modo semplice ma efficace. Ecco, in questi libri le descrizioni diventano leggere come poesie. Herzog è pieno di poesie annidate tra le righe.
Ciò che le rende diverse dai libri cattivi (quelli cattivi per me) è che nessuno ti avvisa. Il timbro del narratore non si gonfia di solennità come se avesse tossito per schiarirsi la voce (ascolta bene, sto per illuminarti), ma lascia scorrere le parole come se parlasse d’altro.
Tu afferrale.

Elisa Lai


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