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Lucernario | Josè Saramago

Titolo: Lucernario
Autore: José Saramago

Josè SaramagoCenni sull’autore
: José de Sousa Saramago nasce ad Azinhaga, in Portogallo il 16 novembre 1922. Trasferitosi a Lisbona con la famiglia in giovane età, abbandonò gli studi universitari per difficoltà economiche, mantenendosi con i lavori più diversi. […] Sino allo scoppio della cosiddetta Rivoluzione dei Garofani, nel ’74, Saramago vive un periodo di formazione e pubblica poesie, cronache, testi teatrali, novelle e romanzi. […] Gli anni Novanta lo consacrano sulla scena internazionale con “L’assedio di Lisbona” e “Il Vangelo secondo Gesù”, e quindi con “Cecità”. Ma il Saramago autodidatta e comunista senza voce nella terra del salazarismo non si è mai fatto avvincere dalle lusinghe della notorietà conservando una schiettezza che spesso può tradursi in distacco. Meno riuscito è il Saramago saggista, editorialista e viaggiatore, probabilmente frutto di necessità contingenti, non ultima quella di tenere vivo il suo nome sulla scena letteraria contemporanea. Nel 1998, sollevando un vespaio di polemiche soprattutto da parte del Vaticano, gli è stato conferito il Nobel per la letteratura. José Saramago muore il giorno 18 giugno 2010 nella sua residenza a Lanzarote, nella località di Tías, sulle Isole Canarie. (Fonte)
Anno di pubblicazione: (2012 )
Casa editrice: Feltrinelli
Numero di pagine: 336
Prezzo: € 18,00

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La prima cosa da sapere su Lucernario è che un’opera postuma, ma anche e soprattutto un’opera prima dal travagliato passato editoriale, mai pubblicata. Questo duplice quanto paradossale carattere fa sì che non ci si possa accostare al libro con l’intenzione di ritrovarvi un concentrato di tutte le storie raccontate in precedenza da Saramago, se non altro perché prima di questa non c’era Saramago. Lucernario è l’opposto: ha dissodato per la prima volta il rischioso terreno della letteratura, sondandone le crepe, le voragini, la malleabilità e le asperità senza farsi inghiottire, e anzi gettando in esso semi di parole, perché potessero sbocciare in seguito. È strano, però – leggendo Lucernario, forse anche per la strana congiunzione temporale che ce lo consegna tra le mani ora, quando la carriera letteraria del suo autore è conclusa, siamo spinti a riconoscere Saramago tra le pieghe delle frasi (ancora lineari, ancora mediate dalla punteggiatura), o se non a riconoscere proprio quel lui che un po’ conosciamo, almeno un certo modo di essere, la sua natura in divenire, quello che stava diventando. Come quando una stanza sconosciuta è illuminata dal chiarore aranciato di una lampada familiare, o risuona di una risata inconfondibile. Forse, per riprendere ciò che dicevo prima, è più fruttuoso (e più facile) trovare ora le somiglianze di Saramago con Lucernario di quanto non sarebbe stato rapportare questa prima sorgente con ogni opera, volta per volta.

Il Saramago di Lucernario è proprio se stesso, solo cinquant’anni prima, quindi giovane e a tratti pedante, ma già dotato della sua scrittura preziosa e inconfondibile, già cinico (ora con toni mesti, ora violenti) e inquieto…

Lo faceva disperare, soprattutto, non vedere negli altri quell’aria di perplessità che gli mostrasse di avere dei simili nell’inquietudine. Negli altri la perplessità era il risultato di un dispiacere intimo, della mancanza di soldi, di un amore non corrisposto, tutto tranne la perplessità provocata dalla vita stessa, della pura e semplice vita.”

…. e allo stesso tempo aperto a ritrovare il significato nella vita nell’humanitas, nella fratellanza, nell’amore universale, già capace di regalarci pagine di una lucidità che non ha bisogno di ritocchi.

Ho pensato che, se non posso consigliarla, posso almeno dirle che la vita senza l’amore, la vita così come l’ha descritta poco fa, non è vita, è un letamaio, un tubo di scolo! [….] Se gli uomini si odieranno, non si potrà fare nulla. Saremo tutti vittime degli odi. Ci uccideremo tutti nelle guerre che non desideriamo e di cui non siamo responsabili. Ci agiteranno davanti agli occhi una bandiera, ci riempiranno le orecchie di parole. E per cosa, in definitiva?”.

Non mancano riflessioni sullo scopo della vita, tra chi sostiene che non ha «alcun senso occulto» e chi invece propugna nobili ideali da seguire, condannando le facili filosofie utopistiche – dietro cui traspare il Saramago ventenne alle prese con gli anni bui della dittatura salazarista.

I punti di vista del libro contrastano tra loro senza mai essere davvero opposti, e soprattutto l loro tensioni non si annullano come capita con due negazioni, cosicché l’impressione che si crea alla fine è quella di un edificio pieno di tanti tipi di infelicità che danno la scossa.

Lucernario è infatti ambientato a metà del XX secolo, in un palazzo dove vivono sei famiglie, tutte diverse per le loro storie personali ma tutte simili: sono gli stessi i compromessi, le sconfitte, i dolori e gli affanni che affrontano quotidianamente, in un mondo che non ha spazio per l’ironia, per le risate, per i sogni, che rimangono confinati in un diario.

Quello di Lucernario è un universo chiuso e quanto mai asfittico, entro cui sgomitano mogli tradite e donne di grande dignità, uomini falliti, anziani buoni che non hanno dimenticato ciò in cui credevano, giovani idealisti, ognuno con la sua visione del mondo, ognuno con le cicatrici che l’hanno foggiata. La narrazione scorre lenta, soffermandosi sulle idiosincrasie di queste esistenze grigie, con il risultato di una lettura a tratti faticosa e volutamente sgradevole, oltre che frammentaria per molteplicità dei punti di vista.

Pur nella degradazione di queste vite, però, mi pare di scorgere già la stessa laica sacralità di cui il Saramago futuro avrebbe rivestito i suoi personaggi più riusciti, facendo di questa devozione verso l’umano una delle note più luminose della sua produzione letteraria.

Consiglio questo libro a chi voglia, come nell’intento dell’operazione editoriale, aggiungere qualcosa alla sua conoscenza di Saramago, e non a chi voglia conoscerlo da zero, perché l’immagine ricavata rischierebbe di risultare distorta. Meglio procedere avanti e poi voltarsi a guardare indietro. Tra questo Saramago e il Saramago più conosciuto, c’è infatti somiglianza, ma  anche un intervallo di cinquant’anni che non è fatto solo di aria, bensì di vita, nel bene e nel male, e non bisogna mai dimenticare quanto il peso degli anni possa cambiare il modo di impugnare una penna – e il modo stesso di vedere una penna.

Chiara Sandretto

 Sempre riguardo José Saramago potete leggere la recensione di:
-> Caino
-> Cecità


Caino | José Saramago

Titolo: Caino
Titolo originale: Caim
Autore: Josè Saramago
Cenni sull’autore:  José de Sousa, padre di Saramago, era un agricoltore, che si trasferì con la famiglia a Lisbona nel 1924, dove trovò lavoro come poliziotto. Costretto ad interrompere gli studi secondari fece varie esperienze di lavoro prima di approdare al giornalismo che ha esercitato con successo su vari quotidiani. Dopo il romanzo giovanile Terra e due libri di poesia caratterizzati da una forte sensibilità ritmico-lessicale, si è rivelato acquistando fama internazionale con un’originale produzione narrativa in cui rielaborazione storica e immaginazione mistica e allegorica, realtà e finzione si mescolano in un linguaggio tendenzialmente poetico e vicino ai modi della narrazione orale. Riconosciuto come uno degli autori più significativi del Novecento, la sua produzione spazia dalla poesia al romanzo, dal teatro La seconda volta di Francesco d’Assisi e Nomine Dei ai racconti storici.
Intellettuale raffinato ed impegnato, ha spesso fatto discutere per i suoi racconti dissacranti che colpiscono al cuore i mali della nostra società. Nel 1998 l’Accademia di Svezia gli ha conferito il Premio Nobel per la Letteratura premiando le sue qualità di scrittore ma anche l’uomo delle battaglie civili.  Fissa in una frase il perché del proprio scrivere: “Le parole sono l’unica cosa immortale: quando uno è morto, ai posteri rimangono solo loro”.
Edizione: I Narratori, Feltrinelli
Numero pagine: 142
Costo: 15,00
-> Consigliato: Consigliatissimo.

‘Dio non potrebbe essere mai cattivo oppure non sarebbe dio, di cattivo abbiamo il diavolo, Ma neanche può essere buono un dio che dà ordine a un padre di uccidere e bruciare sul rogo il proprio figlio solo per mettere alla prova la sua fede, questo non ordinerebbe di farlo nemmeno il più cattivo dei demoni.’

Un Saramago sorprendentemente ironico, cinicamente scettico ci delinea la storia di Caino, lo stesso personaggio che si può facilmente trovare in uno dei maggior best seller del mondo, ovvero la Bibbia e il suo Antico testamento. Attraverso le innumerevoli avventure del personaggio appena citato, l’autore ci dà un quadro abbastanza trasparente della sua visione religiosa. Non a caso, l’arguto scrittore, sceglie come protagonista di quest’opera proprio Caino, uno dei personaggi più malvagi dell’intera storia biblica. Lo fa, contrariamente a ciò che ci si può aspettare leggendo il titolo del libro e aprendo lo stesso, in una maniera del tutto originale: il protagonista non è la personificazione del male come si può pensare, ma è una persona, un essere umano come tutti gli altri, non migliore né peggiore.

Attorno alla storia da cui nacque ‘tutto’, ovvero quella di Adamo ed Eva e il peccato dovuto alla tremenda bellezza del frutto proibito ma anche e soprattutto all’ingordigia e all’irrefrenabile curiosità dovuta a ciò che non è permesso tipica dell’uomo, abbiamo le avventure in cui Caino si alterna per tutta la durata del libro come protagonista o come semplice spettatore o in alcuni casi, ‘visitatore’.

Attraverso i resoconti delle varie storie ‘religiose’ riportate all’interno dell’opera di Saramago viene delineata la figura di un Dio che, a dispetto di ciò che ci si aspetta, non perdona, un Dio infantile e vendicativo, un vero e proprio Diavolo divino. In questo penso stia il succo di tutto il racconto: il ribaltamento della tipica figura malvagia (Caino) guidata da quella forza oscura che viene solitamente definita come ‘diavolo’ e che soprendentemente viene tradotta e ricostituita in una figura buona e soggetta al potere di un Dio senza ragione, un Dio crudele nei confronti di ciò che lui stesso è riuscito a creare.

E’ un genio, quello di Saramago, che prima di questo libro non avevo mai avuto la fortuna d’incontrare, che mi ha lasciata stregata durante tutta la durata del racconto, ma anche divertita. Sono centoquarantadue pagine di puro divertimento, ma allo stesso tempo di puro ragionamento forzato. Un Saramago che, se non fosse per la sua quasi totale mancanza di punteggiatura (a parte il punto e la virgola) riceverebbe, a mio modestissimo parere, quei due punti che gli hanno impedito di arrivare ad un pieno dieci su dieci.

‘La storia degli uomini è la storia dei loro fraintendimenti con dio, né lui capisce noi, né noi capiamo lui.’

Voto: 8/10

Alessandra Mugnai

Riguardo Saramago potete leggere anche la recensione di:
-> Cecità 


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