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Le memorie di Sherlock Holmes | Arthur Conan Doyle

Titolo: Le memorie di Sherlock Holmes
Titolo originale: The Memoirs of Sherlock Holmes
Autore: Arthur Conan Doyle
Cenni sull’autore: 
Arthur Ignatius Conan Doyle (Edimburgo, 1859 – Crowborough, Sussex, 1939) è ricordato quasi esclusivamente per aver dato vita al più celebre detective di tutti i tempi, Sherlock Holmes. L’autore, che ambiva ad essere considerato un letterato a tutto tondo, scrisse anche saggistica ed una serie di romanzi fantastici, simili ad alcune opere di Edgar Allan Poe, che però non ottennero il successo sperato. Persino quando fu nominato cavaliere per il servizio prestato durante la guerra anglo-boera girava voce che avesse ricevuto questo riconoscimento perché il re era un ammiratore sfegatato di Sherlock Holmes. Cominciò a scrivere durante gli studi di medicina ed il successivo tirocinio e continuò anche quando decise di trasferirsi a Londra per aprire un ambulatorio. Nel 1887, “Uno studio in rosso”fece conoscere al mondo il personaggio di Sherlock Holmes, ispirato, tanto nelle fattezze quanto nei modi, al dottor Joseph Bell, suo ex docente (Conan Doyle, invece, si identificava a tal punto con l’assistente del detective che gli capitò addirittura di firmare un autografo come “Dr John Watson”). Al primo romanzo della serie ne seguirono altri tre ed una lunga serie di racconti.   (Fonte: “501 grandi scrittori”, a cura di J. Patrick, ed. Atlante)
Anno di pubblicazione: 1894
Edizione: Liberamente, collana “Grandi Gialli”
Traduzione: l’edizione in questione non riporta, sfortunatamente, il nome del traduttore, il quale subisce un torto ancor più grave visto l’ottimo lavoro che è indubbiamente da riconoscergli.
Pagine: 258
Costo: euro 4,90
-> Consigliato:  No, ai lettori vergini di Sherlock Holmes (ai quali consiglierei di iniziare da “Uno studio in rosso”). Indubbiamente sì, a tutti coloro che sono stati già ammaliati dalla penna di Sir Athur Conan Doyle.

[ “Le memorie di Sherlock Holmes” è una memorabile raccolta di undici racconti, narranti alcune delle più celebri avventure aventi con protagonista Sherlock Holmes.]

Nel mezzo del cammin di nostra…Lettura.

Giungo in questi afosi ed estivi istanti al completamento della lettura di circa 1/2 del “Canone”, termine che identifica l’intera e completa collezione dei romanzi e dei racconti che vedono protagonista l’ “autentico” Sherlock Holmes, quello nato dalla penna di sir Arthur Conan Doyle (distinto da quello “apocrifo”, generato dalla discutibile creatività di altri scrittori post-Conan Doyle).
Raggiunto questo piccolo traguardo, linea di demarcazione fra i c.d. “Primo” e “Secondo” Sherlock (non sarò certo io a spoilerare le motivazioni di tale distinzione), vengo infastidita da un subdolo prurito pseudo-intellettualoide che mi porta a manifestare alcune riflessioni:

– La prosa di Conan Doyle è impeccabilmente perfetta. Perfetta perfetta, azzarderei.
Elegante, sobria, ricca, fluida, accattivante. E-S-R-F-A. Cinque parametri a livelli stellari.
Durante la lettura non si percepiscono le parole, nell’accezione di freddi segni convenzionali stampati su carta, ma si viene cullati dalla fascinazione del racconto. Si ascolta una voce che narra. Alzando gli occhi dal libro, mi sono spesso stupita di non ritrovare al mio fianco la rassicurante figura di Conan Doyle, fedele menestrello di avventure che mi è parso, per l’appunto, più di ascoltare che di leggere.
Ammaliante ed alienante voce di narratore.
Nello stesso tempo, però, la consistenza stessa della prosa non è passata affatto inosservata e la sua raffinatezza si è manifestata in tutta la sua prepotenza, trasformando la concatenazione delle parole in una miscela di miele che naufraga fra le labbra del lettore (tò, beccatevi questa definizione!).
Arrivando al dunque, non ritengo di esagerare nell’attribuire i meriti della fama e dell’immortalità del personaggio di Sherlock Holmes per un buon 50% alla qualità della PROSA del suo ideatore.

– Il restante 50% di meriti è spettante di diritto, naturalmente, alla peculiarità, alla singolarità, alla superba genialità deduttiva dell’ormai caro ed affezionato detective, che tutto il mondo ammira e, giustamente, glorifica (ho esagerato?).
Ma.
C’è un “ma”.
Mi ‘spiace Arthur: dopo tutte le sdolcinatezze sciorinate a proposito della tua prosa, capisco che quello che sto per dire potrà risultare come un infido colpo basso. Lo so e me ne vergogno: che l’indelebile macchia sulla mia coscienza possa essere per te una giusta vendetta!
La prosa e Sherlock, abbiamo detto, sono intoccabili: su che cosa, dunque, potrò mai accanirmi? Sulla trama, sull’architettura del giallo.
Lo dico magari sottovoce…E’ tutto meno “sensazionale” di quanto mi aspettassi.

A tal proposito ho sviluppato tre ipotesi, nel tentativo di spiegare, prima di tutto a me stessa, uno spiacevole sentore di insoddisfazione:

A. Come lo stesso Holmes, sorridendo, molteplici volte sottolinea, risulta controproducente spiegare e svelare al Dottor Watson e, quindi, al lettore tutti i meccanismi, le analisi e i sottili ragionamenti che consentono al detective di giungere alla soluzione dei casi.
Come uno spettatore cui il mago abbia svelato i propri trucchi, il lettore, in un primo tempo sbalordito ed attonito dinnanzi alle sovrumane capacità di Holmes,una volta ascoltata la spiegazione di come egli sia giunto alle proprie scientifiche conclusioni, è il primo ad esclamare istintivamente “Elementare!”.

B. E’ pur vero che il burattinaio è uno soltanto, se pur geniale, una sola mente, ed altresì umana, quella di Conan Doyle. E’, di conseguenza, naturale che determinati motivi, tematiche, personaggi, ambientazioni e macchinazioni risultino costanti e riproposti in forme e vesti simili. Indovinata la chiave di un mistero, è piuttosto probabile che essa possa servire nuovamente e diverse volte in futuro, per risolvere misteri diversi. Molti casi e relative soluzioni si assomigliano palesemente.
Eppure, anche su questo punto, è lo stesso Holmes ad evidenziare come non esistano in realtà casi nuovi e come, conseguentemente, attraverso la conoscenza e lo studio dei casi del passato, si possa districare la matassa di qualsiasi problematica, solo apparentemente insolita ed unica nel suo genere.

C. Scartate le prime due ipotesi, poichè già pacificamente spiegate dallo stesso Sherlock alla luce di un metodo scientifico che trasforma la deduzione in una disciplina esatta ed analitica, che nulla ha di sovrumano, non mi resta che avvalorare la terza ed ultima ipotesi: nella quasi totalità delle avventure di Sherlock non ho percepito l’elemento sensazionale, non sono caduta dalla seggiola per lo stupore, perchè sono anch’io un genio e, come Sherlock Holmes, sono giunta a prevedere (quasi) facilmente la soluzione di casi in realtà decisamente complessi ed intricati. Dev’essere così.

Concludendo:
1. Riflessioni più complete e competenti giungeranno soltanto a lettura dell’intero “Canone” completata.
2. Indipendentemente dal grado di stupore in me suscitato dalla tramma “gialla”, i quattro volumi fino ad ora letti sono stati divorati in una decina scarsa di giorni. Qualsiasi lettura che si lasci consumare con tale fame ed accanimento, in così poco tempo, ha il diritto di essere considerata come una, non buona, ma ottima esperienza letteraria.
3. E’ legittimo, se non persino tecnicamente “giusto”, spiegare la fama ma soprattutto il valore (artstico) del personaggio di Sherlock Holmes in considerazione della meravigliosa voce narrante che gli ha dato vita (chapeau, sir Arthur!) e della sensazionalità dei tratti che indiscutibilmente lo identificano.

Stefania Trombetta

Sempre riguardo Arthur Conan Doyle potete leggere la recensione di:
-> Uno studio in rosso

 


Uno studio in rosso | Arthur Conan Doyle

Titolo: Uno studio in rosso
Titolo originale: A Study in Scarlet
Autore: Arthur Conan Doyle
Cenni sull’autore: Arthur Ignatius Conan Doyle (Edimburgo, 1859 – Crowborough, Sussex, 1939) è ricordato quasi esclusivamente per aver dato vita al più celebre detective di tutti i tempi, Sherlock Holmes. L’autore, che ambiva ad essere considerato un letterato a tutto tondo, scrisse anche saggistica ed una serie di romanzi fantastici, simili ad alcune opere di Edgar Allan Poe, che però non ottennero il successo sperato. Persino quando fu nominato cavaliere per il servizio prestato durante la guerra anglo-boera girava voce che avesse ricevuto questo riconoscimento perché il re era un ammiratore sfegatato di Sherlock Holmes. Cominciò a scrivere durante gli studi di medicina ed il successivo tirocinio e continuò anche quando decise di trasferirsi a Londra per aprire un ambulatorio. Nel 1887, “Uno studio in rosso” fece conoscere al mondo il personaggio di Sherlock Holmes, ispirato, tanto nelle fattezze quanto nei modi, al dottor Joseph Bell, suo ex docente (Conan Doyle, invece, si identificava a tal punto con l’assistente del detective che gli capitò addirittura di firmare un autografo come “Dr John Watson”). Al primo romanzo della serie ne seguirono altri tre ed una lunga serie di racconti.   (Fonte: “501 grandi scrittori”, a cura di J. Patrick, ed. Atlante)
Anno di pubblicazione: 1887
Edizione: Oscar Mondadori
Traduzione: Alberto Tedeschi
Pagine: 145
Costo: euro 8,50
-> Consigliato: Assolutamente sì, in particolar modo a tutti coloro che intendono conoscere Sherlock Holmes ed Arthur Conan Doyle e non sanno da dove iniziare.

 

Accade che una mattina ti svegli con lo sghiribizzo di leggere tutto Sherlock Holmes.

Avete presente quelle voglie velatamente malsane ma precise e prepotenti che vi colgono alle prime luci dell’alba? Nel mio caso, generalmente, tali voglie bramano e pretendono pizza (o lasagne, dipende dalla stagione), ma l’ultima volta hanno richiesto Sherlock Holmes. Tutto Sherlock Holmes.

Apri gli occhi. Una vocina insistente e fastidiosa come una zanzara nell’orecchio sussurra “SherlockHolmesSherlockHolmesSherlockHolmes”.

Ti alzi faticosamente dal letto. SherlockHolmesSherlockHolmesSherlockHolmes.

Affoghi, sbadigliando, manciate di cereali nel latte.
SherlockHolmesSherlockHolmesSherlockHolmes.

Doccia.
SherlockHolmesSherlockHolmesSherlockHolmes.

Ispezione deludente del guardaroba.
SherlockHolmesSherlockHolmesSherlockHolmes.

Quando, estenuata, cerchi disegnare una passabile riga di trucco nera sugli occhi e quel fastidioso “SherlockHolmesSherlockHolmesSherlockHolmes” fa sì che la punta della matita scivoli, sbavi, ti finisca nell’occhio, si frantumi, istericamente urli: “Basta! Ok! Leggerò Sherlock Holmes, va bene?!?”

Da dove iniziare se non dal principio? La prima apparizione sulle scene letterarie del sorprendente detective e del fedele compagno d’avventure è riconducibile al 1887, anno della pubblicazione di “Uno studio in rosso”, romanzo che illustra il fortunato incontro fra i due futuri inseparabili amici e che, ad un pubblico ammirato ed incantato, mostra, per la prima volta, i tanto bizzarri quanto scientificamente puntuali e sorprendentemente esatti metodi d’indagine di Sherlock Holmes, personaggio che riuscirà tanto ad infastidire quanto ad ammaliare i suoi lettori in maniera così prepotentemente folgorante da dar vita a quella che in tutti i sensi diverrà una leggenda.

Dal Dottor Watson a Baker Street, dalla celebre pipa al naso aquilino di Sherlock, dalla scienza della deduzione alle evocative atmosfere londinesi, in questo primo romanzo compaiono quegli elementi, vengono tracciate quelle pennellate che realizzeranno uno dei più amati personaggi che la Letteratura abbia mai plasmato.

Recuperando svogliatamente l’ingiallito volumetto di “Uno studio in rosso”, lettura estiva predisposta dalla professoressa di lettere in seconda liceo, ho desiderato soltanto soddisfare le impellenti pulsioni letterarie che traevano piacere dal tormentarmi, nella speranza di farle definitivamente tacere.

Giammai! Quelle, astute e perfide, non hanno fatto altro che alimentare il proprio potere durante la lettura del romanzo.
Ammaliata da Sherlock, infastidita da Sherlock, sedotta da Sherlock, intontita da Sherlock e arrabbiata con Sherlock, mi ritrovo, ora, a scrivervi sotto crudele minaccia della qui presente e traballante pila di TUTTI (t-u-t-t-i, e, badate bene, non è stata facile impresa rintracciarli t-u-t-t-i) i volumi di romanzi/raccolte di racconti che vedano la penna di Sir Arthur Conan Doyle disegnare l’amato investigatore.

Raptus, follia, follia!

Non iniziate a leggere Sherlock Holmes. Non fatelo! Non ve ne libererete mai più: egli vi entrerà sotto pelle, si mescolerà all’aria che respirate, contaminerà pensieri ed istinti, mangerà il vostro cibo (Noooo!) e diverrà quanto di più simile ad un amico, compagno fedele e costante, possa esistere nel mondo dei libri.

(Aiutatemi.)

 

Stefania Trombetta


Il museo dell’innocenza | Orhan Pamuk

Titolo: Il Museo dell’innocenza
Titolo originale: Masumiyet Müzesi
Autore: Orhan Pamuk
Cenni sull’autore: Orhan Pamuk è nato a Istanbul il 7 giugno 1952. Ottiene un particolare successo nel 1982 con il romanzo d’esordio “Il signor Cevdet e i suoi figli”, affresco di tre generazioni di un’agiata famiglia di Nisantasi, il quartiere di Istanbul dove l’autore è cresciuto. A partire dai successivi romanzi, “La casa del silenzio” ed “Il castello bianco”, per giungere ai più celebri “Il mio nome è rosso” (miscellanea di mistero, passione e filosofia) e “Neve” (romanzo dai toni spiccatamente politici), viene a delinearsi sempre più compiutamente e “prepotentemente” uno dei temi fondamentali della scrittura di Pamuk: l’incontro, problematico e conflittuale, fra Oriente ed Occidente, che coinvolge e dilania tanto la dimensione esterna quanto quella interna dell’individuo. Tra gli altri titoli si ricordano: “Istanbul”, “Il libro nero”, una delle letture più controverse della letteratura turca, grazie alla quale Pamuk conquista il successo popolare, “La nuova vita”, divenuto il più rapido best-seller nella storia letteraria della Turchia, “Gli altri colori”, dura critica alla politica del governo turco nei confronti della minoranza curda, “La valigia di mio padre” e “Romanzieri ingenui e sentimentali”, ultima pubblicazione. L’autore è stato oggetto di persecuzioni ed episodi di dura censura in Turchia per le posizioni assunte in merito alla questione del massacro turco degli Armeni e dei Curdi compiuto durante la prima guerra mondiale. Il 12 ottobre 2006 viene insignito del premio Nobel per la Letteratura, in quanto “”nel ricercare l’anima malinconica della sua città natale, ha scoperto nuovi simboli per rappresentare scontri e legami fra diverse culture“.
Traduzione: Barbara La Rosa Salim
Anno di pubblicazione: 2008 (2009 in Italia)
Edizione: Einaudi, collana Numeri Primi
Pagine: 587
Costo: 14 €
-> Consigliato: Sì!

 

 

<<Una struggente storia d’amore ambientata nella Istanbul degli anni Settanta>>

Se dovessi pragmaticamente sintetizzare la natura de “Il Museo dell’innocenza” non potrei fare altro che storcere il naso e ricorrere anch’io, come i curatori dell’elegante edizione Einaudi, all’inflazionata definizione di trama ed annunciarlo come…Una tormentata storia d’amore.

Per quanto mi piaccia crogiolarmi nel ruolo di bastian contrario ed ancora di più in quello di intellettualoide da strapazzo, scettica nei confronti di tutto ciò che può essere classificato come l’ennesimo romanzo d’amore, è innegabile che il premio Nobel Orhan Pamuk abbia scelto di raccontare proprio questo genere di storia e che, accidenti, l’abbia fatto dannatamente bene e con classe.

Nonostante io scelga sempre la strada dello scetticismo misto a quel tanto di  snobismo che male non fa, non vengo risparmiata da continue “batoste letterarie” che, mai stanche della mia ottusità, ripetono come un mantra: la qualità di un romanzo spesso non va misurata in ciò che racconta, ma in COME lo racconta – La qualità di un romanzo spesso non va misurata in ciò che racconta, ma in COME lo racconta – La qualità di un romanzo spesso non va misurata in ciò che racconta, ma in COME lo racconta…

Credete forse che, se pur chiaro ed ovvio, direi forse banale, mi sia entrato in testa? Assolutamente no.

Entro in libreria. Adocchio Pamuk. Lo punto. Sguardo seducente. Smorfia cinica nel leggere in quarta di copertina “una struggente storia d’amore, ecc. ecc.”. Lo accompagno alla cassa: sì, ecco, in realtà avevo bisogno di una passionale storia alla lui-e-lei per affondare spensieratamente il naso nel piumone in compagnia di un kilo di gelato alla nocciola.

 

L’utilità pragmatica di questa pseudo-introduzione (so che vi state, peraltro legittimamente, chiedendo se effettivamente ce n’è una) è semplice: mostrarvi con quali motivazioni e speranze ho acquistato “Il Museo dell’innocenza”, per illustrarvi come le mie aspettative siano state felicemente soddisfatte su tutti i fronti.

 

Premesse:

A. Ero alla ricerca di una poetica avventura amorosa, che mi appassionasse, che mi consentisse una via di fuga “libresca” dalla realtà, che mi coinvolgesse a tal punto da trascinarmi in una dimensione diversa dalla mia, che si lasciasse leggere in totale ed entusiasta apnea.

B. Non desideravo assolutamente un insipido romanzetto rosa. Non ero assolutamente disposta a rinunciare alla qualità di un romanzo d’alta dignità artistico-letteraria.

 

Risultati:

A. La penna di Pamuk ha dipinto l’avventura di Kemal e Füsun, i due giovani turchi protagonisti de “Il Museo dell’innocenza”, guidato da autentico istinto per ciò che è intimamente reale, malinconicamente consueto ed empaticamente comprensibile, consumando, però, con viva energia, colori originali ed artisticamente innovativi. I sensori esperienziali del lettore sono vivamente scossi: immediata ed impetuosa è l’immedesimazione. Ma impulso alla curiosità, all’istinto di comprensione e all’ascolto non vengono sacrificati grazie ad un’abile miscela di elementi erotici, struggenti, energici, malinconci, accesi, languidi e rabbiosi: il vestito dell’ossessione amorosa è stropicciato e rivoltato in ogni singolo taschino, secondo ogni diversa cucitura, controcorrente ma a volte in preziosa sintonia con le pieghe del tessuto. Travolgente e coinvolgente, nell’interpretazione più stretta e letterale che entrambi i termini possono avere.

B. Pienamente all’altezza delle passate produzioni e, soprattutto, della spada di Damocle, quale è il Premio Nobel, che pende sul suo futuro letterario, Orhan Pamuk sceglie un percorso ancora più intimista e personale se confrontato con le scelte artistiche di romanzi come, ad esempio, “Neve” o “Il mio nome è rosso”, riproponendo la sua Istanbul in sublime scenografia, sempre fondamentale dimensione culturale e sociale, e correndo il rischio di denudare le argomentazioni sentimentali, comunque costantemente presenti nei suoi romanzi, dall’involucro e dal sostegno di temi di diversa natura (filosofici, politici e culturali), qui presenti ma non ingombranti. La miscela è sempre la medesima della prosa “pamukkiana”, diverso il dosaggio: il tormento angoscioso di Kemal e la misteriosa bellezza ed alterigia di Füsun sono indiscutibilmente in primo piano.
Perchè, caro lettore, dovresti leggere “Il Museo dell’innocenza”?
1.E’ una storia d’amore appassionante, se pur tremendamente malinconica e struggente (è bene che io ti avverta): se è ciò di cui ora necessiti, non esiste miglior titolo che potrei consigliarti.

2. E’ una storia d’amore che vale la pena di essere letta, perchè ha qualcosa da dire ed ha impazientemente desiderio e bisogno di farlo. Strumenti come una fluida ed elegante prosa, come un’architettura di trama avvincente, come una sapiente e scientifica analisi dell’individuo in una condizione di attesa, struggimento e angoscia si offrono da contorno al racconto di un (fittizio?) ricordo che vale la pena di essere ascoltato, perchè non mi viene in mente altra definizione dell’Amore se non “Il Museo dell’innocenza” in tutta la sua essenza.

 

Stefania Trombetta

Sempre riguardo Orhan Pamuk potete leggere la recensione di:
-> Neve


Il team dei commentatori: chi siamo e perché lo facciamo

Era molto tempo che volevo realizzare questo post al fine di rendere più chiaro quel meccanismo di presentazioni di recensioni che ogni tanto metto in moto sulla pagina quando scrivo che un nuovo titolo x è stato commentato da una persona y. Ora, oltre me, ci sono dieci volenterose persone che arricchiscono il blog e l’altrui punto di vista consigliando dei libri con dei commenti particolarmente ricercati ed approfonditi; nessuno di noi ha la pretesa intellettualoide di recensire per bravura, o per saggezza, tutto ciò che commentiamo lo facciamo per amore dei libri e per quella trasmissione che omerica fu orale, tecnologica ormai avviene anche e sopratutto attraverso i social network. Ho impiegato un anno e sette mesi a trovare chi volesse seguirmi nella composizione di questo blog, chi fosse disposto a raccontare ciò che legge; in mezzo ai 12.274 ‘fan’ della pagina loro sono i poveri perseguitati dalla sottoscritta che ha notato il loro particolare dono del consigliare e ha deciso di riunirli in questa sorta di team che di volta in volta ci consiglia un titolo sempre nuovo o ci ricorda di un titolo che abbiamo già letto e che ci induce alla discussione. Qui di seguito li troverete in ordine alfabetico che si presentano con delle righe che li ho persuasi (anche se il termine giusto sarebbe costretti) a scrivere per creare finalmente questo post. Bando alle ciance, a loro la parola.

Alessandro Casile 

Ho un nome che mi piace averlo. Sono Alessandro, nato lettore a 17 anni in compagnia di Cujo e Dorian Gray. Fu quella la mia prima presa di coscienza, la mia prima seria conversione. Da allora è stato facile comprendere come leggere è vitale, il bisogno che soddisfava la curiosità e che allo stesso tempo l’accresceva. Così curioso della vita e delle persone, di quanto fosse importante capire bene il mondo per capire anche gli altri. Leggere ne sono certo m’ha fatto diventare una persona migliore, capace di fare scelte decisive e serie, chissà se giuste, ma certamente fiere e coraggiose. Leggere ne sono certo ha seminato in me la voglia di scrivere, che adesso è tanto forte quasi da decidere cosa fare del mio futuro. Un libro c’è sempre stato per ogni occasione e quasi sempre quando ci doveva essere, perché sono stati loro a scegliere me e non io loro. I libri sono doni ricevuti che è bene condividerli. Io sono Alessandro, un libro aperto. Leggetemi, scrivetemi.  Potete seguirmi anche sul mio blog.

Chiara Coppola

Ciao a tutti,

quando ho cominciato a pensare a cosa scrivere in queste righe di presentazione non è che avessi le idee molto chiare. Insomma, ero abbastanza confusa e con tantissime idee in testa, quasi come un vulcano in eruzione!
Alla fine però sono giunta alla conclusione che cominciare con le cose basilari sia utile sia per me che per chi leggerà questa presentazione da strapazzo!
Mi chiamo Chiara, ho 21 anni e sono romana. Amo la mia città, non la cambierei mai con nessun’altra al mondo, per quanto apprezzi altre città europee. Ma Roma è Roma, c’è poco da fare. Studio; la vita dello studente universitario è dura, da squattrinato e perennemente da sottoposto a stress-da-esami-che-non-finiscono-mai. Per fortuna studio una cosa che mi appassiona, ovvero la storia dell’arte. La amo da sempre, sin da piccolina, ma non l’ho capito veramente solo alla fine del liceo. Sono, in realtà, una mancata maestra d’asilo. Leggo, e leggo da sempre. Ricordo il primo libro che mi fu regalato (uno della collana Battello a Vapore), ricordo il primo libro che mi fu dato da leggere a scuola (“C’era due volte il barone Lamberto” di Gianni Rodari), ricordo l’autrice che mi stregò quando, a circa nove anni, giravo senza meta in biblioteca: Bianca Pitzorno. Se oggi sono quella che sono, devo ringraziare Bianca e Gianni. Quando leggo mi isolo completamente e quando leggo qualcosa di veramente straordinario ne parlo per mesi e mesi con tutti (fu il caso di “Anna Karenina”, per esempio), dando il tormento a tutti colori i quali mi sono vicini. Adoro leggere i grandi classici ed ho un amore smisurato per Alexandre Dumas, scoperta dell’anno appena passato. Ho un amore particolare nei riguardi di Agatha Christie, della quale ho letto quasi tutta la produzione con Hercule Poirot da protagonista, non amo particolarmente il fantasy come genere, e Isabel Allende è la scrittrice contemporanea che apprezzo di più, sino ad ora.
Mi piacciono molto i segnalibri colorati, vivaci. Alcuni li compro, altri li faccio io stessa. Leggo ovunque, benchè mi dispiaccia l’eventuale stropicciamento di pagine e copertina in una borsa. Non posso farci niente però, almeno un libro deve sempre accompagnarmi durante la giornata!

Chiara Pagliochini 

Chiara. Ventuno anni portati male. Studio Lingue e letterature straniere presso l’Università di Urbino; per il resto dell’anno vivo in una terra desolata che  alcuni chiamano Umbria. “Da grande” sarò uno scrittore o un pastore oppure  aprirò una di quelle belle librerie dove puoi anche sederti a prendere una  tazza di tè coi muffin al cioccolato. Ho ricominciato a leggere seriamente soltanto dall’anno scorso (ho passato una brutta adolescenza di fantasy scadenti e letteratura femminista, capitemi); ho una grande ammirazione per la letteratura inglese e americana. Non disdegno alcun genere e sono sempre aperta ai consigli ed è probabile che mi vediate passare da un fantasy a Jane Austen e da lei a Freud senza batter ciglio. I miei libri, se potessero, mi denuncerebbero per molestie: matita, righello!, e implacabili orecchie sono i miei strumenti di tortura. Accetto critiche, suggerimenti e inviti a cena. Se pensate che abbia qualche interessante squilibrio mentale e volete studiarmi come oggetto per una tesi di Psichiatria, troverete materiale molto utile sul mio blog.<

Chiara Sandretto

Sono nata sotto il segno dei gemelli diciannove anni fa, sulle ultime propaggini della primavera. Ho un nome che non ho mai digerito facilmente, per quel detto che recita “nomen omen est”, il nome è un presagio, e quindi il mio, Chiara, è stato da sempre come una dichiarazione di poetica, o un tracciato su cui sarei dovuta rimanere per essere coerente con me stessa. Ho un carattere abbastanza timido, anche se vengo spesso definita una persona solare – da qui il mio soprannome, Sunny – e affabile. Sono un’ottima costruttrice di castelli di carta e spesso ho slanci entusiasti, piani bellissimi che poi inevitabilmente subiscono un drastico ridimensionamento. Tolgo le parole di bocca a Cyrano de Bergerac: «io parto per strappare una stella al cielo e poi, per paura del ridicolo, mi chino a raccogliere un fiore». Questa timidezza, che a volte diventa introversione, ha trovato ottimi sbocchi nell’arte, in particolare in musica e letteratura. Ho iniziato a suonare il pianoforte a tre anni e mezzo, poco dopo a leggere e a scrivere. «Non so chi sono, ma so che amo leggere», e «Io non parlavo mai. […] Scrivere, ho scritto tanto. Ma scrivere è una forma sofisticata di silenzio» sono due delle citazioni che meglio mi definiscono. Scrivere è qualcosa che mi aiuta a capirmi e ad addomesticare i fantasmi, anche se non sto parlando di me stessa. Sul perché mi piaccia leggere potrei dire molte cose, ma forse una delle ragioni principali è perché una parte di me è sempre ansiosa di essere un’altra, altrove, persa al crocevia dei mondi.

Domenico Marino

E’ nato agli albori degli anni ’80 nei pressi di Bari, e si vanta in modo puerile di condividere il giorno di nascita con Cesare Borgia e Roald Dhal. È inciampato nella lettura da piccolo e da quel momento non è più stato possibile vederlo senza un libro in mano, finché è riuscito a trasformare questa attività in un mezzo di sostentamento, guadagnandosi (male) da vivere come editor freelance. Lettore onnivoro, ha però un debole per la mitologia, i poemi cavallereschi, i saggi storici, gli autori vittoriani e quelli giapponesi, e soprattutto per la letteratura fantastica in ogni sua declinazione. Spera di vincere un giorno il premio Hugo, e di vedere Neil Gaiman ritirare il Nobel per la Letteratura. Nel frattempo si accontenterebbe di vederlo assegnato a Murakami.

Elisa Lai

Io, simile a un conquistatore nella sua tenda campale, tracciavo le linee col carbone attraverso gli oceani e i continenti: da Mozambico, a Sumatra, alle Filippine, al Mar dei Coralli… e intorno a questo mio lavoro regnava un grande silenzio sospeso. L’ho chiamato lavoro, e forse era un gioco, ma per me era più bello che scrivere una poesia; giacché a differenza delle poesie, (che hanno il loro fine in se stesse), esso preparava l’azione, della quale nessuna cosa è più bella! Quelle linee di carbone mi rappresentavano la scia sfavillante della nave Arturo: la certezza dell’azione mi aspettava, come, dopo i be sogni della notte, s’accende il giorno, che è la bellezza perfetta. Il principe Tristano davvero delirava quando diceva che la notte è più bella del giorno! Io, da quando sono nato, non ho aspettato che il giorno pieno, la perfezione della vita: ho sempre saputo che l’isola, e quella mia primitiva felicità, non erano altro che un’imperfetta notte, […] in fondo l’ho sempre saputo. E adesso, lo so più che mai; e aspetto sempre che il mio giorno arrivi, simile a un fratello meraviglioso con cui ci si racconta, abbracciati, la lunga noia…

(Elsa Morante, L’isola di Arturo)

Ho deciso di riportare un passo di uno dei miei romanzi preferiti per spiegare cosa sia per me la lettura. La lettura è quella che trasforma un essere umano qualunque nell’adolescente Arturo che, alla fine di ogni giornata, sera dopo sera, è impegnato a tracciare sulla mappa gli itinerari dei suoi futuri viaggi. I viaggi della nave Arturo, i viaggi della nave Elisa, i viaggi della nave Lettore. Eterno adolescente, in perpetua fase di decollo. I suoi sono spostamenti potenzialmente infiniti, e gustosi anche nella sola fase di premeditazione. L’amore per gli ambienti gonfi di odore di carta, la bellezza del tenere un libro in mano, la ricerca dell’opera adatta a noi, in quel preciso momento o in un futuro caso di necessità, sono solo alcuni dei piaceri che si sommano al ritmo che le parole ci imprimono addosso.
Ciò che rende la lettura ciò che è è la sua capacità di far partire per lunghi viaggi, sì, ma anche di farci ritornare a casa. L’esperienza ci porta a scoprire tante isole, alcune delle quali diventano per noi prolungamenti della nostra terra materna.
Poco importa che io sia una studentessa, un venditore di polli al mercato o un astronauta: sono una Lettrice, e le mie isole sono quelle di Elsa Morante, Sandro Penna, Dino Buzzati, Virginia Woolf, Frank McCourt, Dostoevskij, Vladimir Nabokov, Michail Bulgakov. Finché loro esisteranno, la Lettrice potrà sempre tornare a casa.



Marco Tamborrino

Ho 17 anni, ormai 18, e sono un lettore abbastanza accanito. Dico abbastanza perché trascorro alcuni periodi leggendo molto lentamente o non leggendo affatto. Prediligo i contemporanei ai classici anche se Charles Dickens ha un posto speciale nel mio cuore. Nel tempo libero scrivo anche, narrativa più che altro. Il mio autore preferito è Cormac McCarthy mentre il gruppo sono i Sigur Rós. Tante volte mi dicono che sono arrogante e presuntuoso (per tralasciare egocentrico), ma non è poi così vero, perché sono sempre pronto ad ammettere la superiorità intellettuale di qualcuno. Sono una persona disponibile che ama discutere con le persone serie e mature. Un ultima cosa: recensisco per questa pagina perché è una pagina meravigliosa e la sua amministratrice non è da meno.

Michela Bocchicchio

Provo a descrivere in poche righe chi sono e perché leggo.
Ho 25 anni e vengo da Arezzo, nella mia bellissima amata Toscana. Mi sono laureata 2 anni fa in Scienze Infermieristiche e da allora lavoro presso il Pronto Soccorso della mia città. È un lavoro difficile e duro, che richiede tantissima forza di volontà ma amo molto quello che faccio e, alzarmi la mattina felice di andare al lavoro, per me è tutto.
Da quando a 6 anni ho iniziato a leggere non ho più smesso; avevo un gran bisogno di evadere, di scappare, di sognare, e nei libri ho trovato la mia salvezza; Mi ricordo che andavo da sola alla biblioteca del mio piccolo paesino e ricordo ancora che il primo libro preso in prestito è stato “Cenerentola” della Disney, il giorno dopo lo avevo già restituito. Il primo libro che mi ha cambiato la vita è stato “Piccola Principessa”di Frances Hodgson Burnett, è difficile da spiegarne il motivo a distanza di quasi 20 anni ma ricordo che piansi tantissimo e che lo presi in prestito molte volte, nel mio piccolo mondo di bambina quel libro significò la libertà e lo ricordo ancora con immenso affetto.
Ho letto praticamente di tutto nella mia vita di lettrice per arrivare a scoprire che i generi che preferisco sono i contemporanei femminili: Simone DeBeauvoir, Sylvia Plath, Sibilla Aleramo, Emily Dickinson …. Mi piacciono le donne che parlano di donne e delle loro storie difficili e tormentate:riesco a trarne sempre dei messaggi di forza e di coraggio.
Ovviamente amo anche i classici: Dumas, le Brontë e Doestoevkij occupano un posto speciale nel mio cuore; e poi arriviamo a Baricco che adoro senza cognizione di causa, ma i veri amori nascono cosi: senza poterne spiegare il motivo.

Senza libri sarei senza dubbio diventata una persona peggiore ed è per questo che faranno sempre parte della mia vita: non vogliono niente in cambio, ma ti regalano mondi interi.
Buone letture a tutti.

Patrizia Oddo

Patrizia, laurea in psicologia, nata a Palermo e trapiantata a Roma, lettrice appassionata con una missione: diffondere l’amore per i libri nell’universo-mondo. Questo significa, purtroppo per i malcapitati, che regalo (quasi) sempre dei libri. Mia figlia ormai è rassegnata, guarda il padre e con un’espressione divertita dice: “Mamma pensa sempre ai libri!” Ed è proprio così! Per quanto possa spingere indietro i miei ricordi, i libri (e i fumetti) sono sempre presenti. Ho imparato a leggere su Topolino e chiedevo spesso dei libri in regalo. A ogni trasloco, i libri mi hanno seguito. Adesso ho sempre un libro nella borsa: non si sa mai dovessi avere del tempo per leggere! Negli ultimi anni (con la nascita della pargola) ho sempre meno tempo per leggere e ed è relegato ai tragitti che faccio in treno per andare al lavoro o ai momenti in cui aspetto mia figlia nello spogliatoio della piscina. Proprio per questo sono diventati momenti preziosi che mi fanno apprezzare ancora di più la bellezza di un libro.

Stefania Trombetta

Imprigionata al tempo degli impavidi moschettieri, intrappolata in sale da ballo sfavillanti di nobildonne russe, in fuga nella Terra di Mezzo, eccomi a combattere, forse inerme ma agguerrita ventenne, l’eterna lotta fra Classici e Contemporanei, sempre pronta a sguainare la spada per difendere il mio Tempo, ma costantemente sconfitta dall’esercito dei Libri del Passato, che continua ostinatamente ad occupare dispoticamente la mensola de “I miei libri preferiti” .

Di giorno aspirante giurista, di sera, in compagnia di una pinta di caffè e protetta dal mio personalissimo Mantello dell’Invisibilità (il fidato piumone), mi rifugio in quei mondi tipici del Feuilleton, delle grandi epopee o dell’arte poetica otto-novecentesca.

Fra una canzone dei Beatles, un film di Al Pacino ed un trancio di pizza ai peperoni, mi piace pensare che la mia vita possa essere costantemente travolta ed elettrizzata dall’Universo cartaceo, sempre prontamente e benevolmente disponibile ad accogliermi e, a volte, consolarmi.

Thais Siciliano

Mi chiamo Thais, e già qui la gente si ferma. Ma cosa vuol dire? Ma perché ti hanno chiamata così? Ma un nome normale non potevano dartelo? Malgrado le domande siano sempre le stesse, mi piace avere un nome che in Italia poche altre hanno. Non è voglia di distinguersi a tutti i costi, è il desiderio di ritagliarsi una nicchia in cui ci sono solo io. Come l’angolo di camera mia in cui c’è la libreria, con cui ho un rapporto intimo e quasi simbiotico. Quando non so dove altro andare, mi appoggio lì. È la prima cosa che vedo quando apro gli occhi al mattino. Prima ancora di mettermi gli occhiali (sono miope come una talpa) sto lì e osservo i libri, nella nebbia del risveglio, mentre cerco di liberarmi dei sogni. Non sono disposti in nessun ordine preciso sugli scaffali, ma li riconosco dalla costa, li accarezzo con lo sguardo, e spesso è il non riuscire a riconoscerne uno – magari infilato in un angolino in cui non guardo mai, troppo in alto o troppo in basso, schiacciato fra due tomi più visibili e prepotenti – a darmi la forza di alzarmi dal letto e avvicinarmi per controllare di che cosa si tratta.
A questo punto vi domanderete, sì vabbè, bello starsene lì a rimirare i libri appena svegli, ma non devi andare a scuola, o a lavorare? Ma quanti anni hai? Ne ho 26, diciamo 27 perché manca poco e preferisco i numeri dispari, ma me ne sento addosso circa 17. E no, non vado a scuola – certo, a mio tempo ci sono andata, fino alla laurea specialistica – né lavoro, o meglio, non devo uscire di casa per lavorare. Faccio la traduttrice, il che vuol dire svegliarsi quando mi pare, starmene lì a rimirare i libri, e poi prepararmi un tè e mettermi davanti al computer, al calduccio, nella mia stanzetta. Bello, no? Certo. Peccato che il mondo dell’editoria sia una giungla, e il lavoro scarseggi, soprattutto se si è giovani e alle prime armi come me. Sono riuscita comunque a tradurre un paio di romanzi, tra poco inizierò il terzo, quindi sono contenta.
Intanto, per riempire il tempo ma non solo, seguo un master pomeridiano in traduzione editoriale… Ovviamente la mia vita non ruota proprio tutta attorno alla letteratura, sono anche fidanzata da sette anni, ho una famiglia numerosa e pochi ma buoni amici, viaggio spesso e volentieri, amo gli animali, sono vegetariana. Ma non voglio tediarvi, perciò eccomi qua, innamorata dei libri fin da quando ho imparato a decifrare i segni scritti su una pagina e forse anche da prima, perennemente con la testa tra le nuvole, con le mie ossessioni, le mie debolezze, le mie paure, come tutti.
La foto che allego rappresenta il momento più felice della mia vita professionale: il primo manoscritto da tradurre per Einaudi. L’ho scelta perché, quasi per caso, ci sono praticamente tutti gli oggetti che scandiscono il ritmo delle mie giornate: tazza di tè, computer, pila di libri sullo sfondo. Oltre a un sorriso che vorrei avere sempre.


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