Archivi tag: Sylvia Plath

Sylvia | Stefania Caracci

Titolo: Sylvia. Racconto della vita di Sylvia Plath.
Autore: Stefania Caracci
Notizie sull’autore: Stefania Caracci, scrittrice romana, insegnava lingua e letteratura inglese a Roma. Per oltre 30 anni è stata una
studiosa di Sylvia Plath, su cui ha pubblicato due opere: Sylvia Plath: i giorni del suicidio (2001) e Sylvia. Racconto della vita di
Sylvia Plath (2005). E’ morta nel 2010. Consiglio la lettura di questa intervista: http://www.railibro.rai.it/interviste.asp?id=215
Anno pubblicazione: 2005
Edizione: tascabili e/o
Prezzo: 8 euro
-> Consigliato: come guida indispensabile per accostarsi all’opera di Sylvia Plath

“Lei lo ha sempre pensato, è nella scrittura che la vita acquistaspessore, non ha senso vivere, se non si può scriverne.”


Sylvia Plath è entrata nella mia vita prepotentemente, per caso, senza avvisare. Come un pacco che un giorno trovi fuori dalla porta, senza sapere da dove arriva e come ci è arrivato. Un pacco su cui non è scritto nulla, né una dedica, né un’avvertenza. Invece dovrebbe esserci scritto: “pericolo” oppure “maneggiare con cautela”. Perché trovarsi tra le mani Sylvia, la sua vita, la sua poesia, è un’esperienza sconvolgente, che ti assorbe e ti cambia. Senza gli strumenti giusti potresti soccombere anche tu, di fronte a un tale
dolore e a una tale forza mortifera. Perché la vita di Sylvia sembra quella di una bella ragazza qualunque,destinata alla vita che il tempo in cui vive ha in serbo per lei: gli studi, la famiglia, la casa, i figli (avete presente le ragazze di Mona Lisa Smile?).
Ma a lei gli dei hanno riservato in dono un talento fuori dal comune, un animo da poetessa che fatica a palesarsi ma che spinge da dentro per uscire, per manifestarsi. Un dono che le costerà caro. Tutto nella vita di Sylvia Plath è dolore, insoddisfazione, distruzione. E la sua fine tragica è un evento che si prepara negli anni, non la follia del momento, bensì terribile e scontato epilogo di un’auto-distruzione perpetrata dall’infanzia. Da piccola Sylvia si firma come “la bambina che voleva essere Dio”: la sconfitta è un destino inevitabile. C’è Sylvia e il suo rapporto con la madre, un rapporto ambiguo, insoddisfacente, ipocrita. Una figlia che nasconde la parte più segreta di sé alla madre e nelle sue lettere e nelle sue confidenze le dà solo l’immagine di sé che lei approverebbe. Una madre che non comprenderà mai davvero la figlia, che non potrà farlo, perché non la conoscerà mai. E poi Sylvia e il padre, una figura che scompare quando lei è ancora bambina, morto di uno stupido diabete che si ostina a non voler curare. Una figura che, nella sua assenza, influenzerà tutta la vita di Sylvia, i suoi rapporti con gli uomini (in cui cercherà sempre una presenza che colmi l’immenso vuoto) e sarà il suo incubo ricorrente. Gli uomini, dicevo. Sylvia è una ragazza dalla sessualità precoce per la società in cui vive, una persona che vuole vivere e provare tutto. Cerca qualcuno che sia all’altezza delle sue aspettative e delle sue necessità e lo trova in Ted Hughes, affascinante poeta inglese, che ai suoi occhi appare come un ‘colosso’ e che invece la trascinerà in un vortice di solitudine e disperazione. La loro è una storia d’amore intensa, passionale, che si ripercuoterà immancabilmente sulla creatività di Sylvia. Sarà Ted  a introdurla allo spiritismo e all’ipnosi, attraverso cui crederà di poter leggere in se stessa e di poter affrontare la vita in compagnia di un altro mondo. Ogni piccola cosa si fa gigante agli occhi di Sylvia: un raffreddore, una giornata di pioggia, tanto basta per turbare un equilibrio psichico fragile e sempre sull’orlo della crisi. Non saranno d’aiuto né la terapia psichiatrica, né l’ipnosi, né alcun altro tentativo. Stefania Caracci, da devota e appassionata studiosa di questa scrittrice, ci conduce passo passo attraverso questa vita
straordinaria, raccontandoci abilmente i tormenti di una creatività ricercata a tutti i costi e pagata cara, ma anche i momenti sereni, gioiosi della vita di una persona incredibile. Ci fa dono della sua vita in modo che noi, che per caso abbiamo trovato un pacco fuori dalla porta, riusciamo a maneggiarlo attentamente, evitando di rimanerne invischiati senza via d’uscita (racconta la Caracci in un’intervista: “Amelia Rosselli è stata la più grande traduttrice di Sylvia Plath, le poche poesie tradotte da lei sono strepitose… E
anche Amelia si è uccisa l’11 febbraio, come la Plath. Il più delle volte, chi si interessa a lei viene preso da un vortice di disperazione.”) ma trovando in noi tutta la forza e l’empatia necessaria per avvicinarci all’opera di una grandissima poetessa.

Anya Pellegrin

Annunci

La campana di vetro | Sylvia Plath

Titolo: La campana di vetro
Titolo originale: The Bell Jar
Autore: Sylvia Plath
Cenni sull’autore: Sylvia Plath nasce a Boston nel 1932 da genitori immigrati  tedeschi. A otto anni, dimostrando un talento precoce, pubblica la sua prima  poesia. Lo stesso anno muore il padre entomologo, una perdita e un conflitto  che non saranno mai risolti completamente, ma torneranno in uno dei suoi componimenti più celebri (‘Daddy’). Nel 1950 entra allo Smith College con una
borsa di studio; nel frattempo continua a pubblicare poesie e racconti su  diverse riviste americane, riscuotendo successi marginali. Nell’estate del 1953  tenta il suicidio per la prima volta e viene ricoverata in un ospedale  psichiatrico, il McLean Hospital, dove le verrà diagnosticato il disturbo bipolare. Questa prima crisi verrà poi descritta nel romanzo semi-autobiografico ‘La campana di vetro’. Uscita dall’ospedale, si laurea e ottiene una borsa di studio Fulbright per l’università di Cambridge, dove continua a
scrivere e conosce il poeta inglese Ted Hughes, che sposa nel 1956. Dal matrimonio nascono due figli, ma un aborto e la scoperta del tradimento del marito portano a una drammatica separazione. Del 1960 è la raccolta poetica ‘The colossus’.  L’11 febbraio 1963 – solo un mese dopo l’uscita de ‘La campana di vetro’, pubblicato con lo pseudonimo Victoria Lucas – Sylvia si toglie la vita: sigilla
porte e finestre e inserisce la testa nel forno a gas, non prima di aver scritto un’ultima poesia, ‘Orlo’, e aver preparato pane e burro e due tazze di latte da lasciare sul comodino nella camera dei bambini. Dopo la sua morte, Hughes cura la pubblicazione della raccolta ‘Ariel’ e dei ‘Diari’, di cui distrugge l’ultimo volume, che descriveva il periodo trascorso insieme. Non a caso, molta critica femminista lo accusa di aver tentato di controllare le pubblicazioni postume per censura affettiva. Nel 1982, Sylvia Plath è la prima poetessa a vincere il Premio Pulitzer dopo la propria morte.
Data di pubblicazione: 1963
Edizione: Oscar Mondadori
Traduttore: Adriana Bottini
Numero pagine: 232
Prezzo: 9 €
Consigliato: Di cuore, di cuore, di cuore

« Dovunque mi fossi trovata, sul ponte di una nave o in un caffè di Parigi o a Bangkok, sarei stata sotto la stessa campana di vetro, a respirare la mia aria mefitica. »

Ci sono dei libri che sono stati scritti non dico da gente come noi, ma da gente che pensava come noi. Le curve del pensiero, sovrapposte, per lo più combacerebbero con le nostre e soltanto qualche sbavatura qua e là dimostrerebbe che, dopotutto, non si tratta della stessa curva. Quando un libro lo ha scritto una persona che pensava come te, tu non puoi far niente: tentare di opporre resistenza è inutile. Tentare di non lasciarsi ammaliare, inutile. Tentare di mantenere una distanza critica, inutile. Un canto di sirena si dipana fino a te dalla pagina. A mettere i tappi di cera non hai neanche provato. Ascolti. Caschi contento nel gorgo.

Qualcuno ha pensato bene di paragonare ‘La campana di vetro’ a ‘Il giovane Holden’, chiamando la protagonista, Esther, la sua controparte femminile. I romanzi, in realtà, non si somigliano molto. Lo sguardo di Holden è fresco, è uno sguardo di chi si può ancora salvare. Lo sguardo di Esther è allucinato, uno sguardo che ti trascina sul fondo. A Holden accarezzeresti la testa: tu non sei Holden, sei con Holden. A Esther la testa non la puoi accarezzare, a meno che appoggiarti la mano sulla nuca non ti sembri un gesto comunissimo. Davanti a entrambi, a Holden come a Esther, si snoda un gomitolo di dolori e di strade, di ricordi, di scene e colori che non riescono a dimenticare. Ma Holden lo guardiamo e facciamo il tifo per lui, siamo tutti lì a urlare che è giovane, che si può tirar fuori, che può essere felice. Con Esther il pensiero non ci sfiora nemmeno: essere felice, per lei, sarebbe un tradimento.

Quando la conosciamo, Esther è una diciannovenne molto fortunata. Ha vinto uno stage presso una prestigiosa rivista di moda, dopo una carriera scolastica costellata tutta di borse di studio e voti altissimi. È fidanzata con un bel ragazzo destinato a diventare un brillante dottore. È abbastanza graziosa, troppo intelligente e scrive poesie. No, non scrive poesie, è un poeta. La qualifica di poeta è la sola che Esther si dia autonomamente, la sola che sembri riconoscere, la sola che conti qualcosa. Ed è solo e proprio nel momento in cui scopre di non essere più un poeta – quando si mette alla macchina da scrivere e non le viene fuori niente, quando le lettere tracciate sul foglio di carta le restituiscono una grafia distorta e infantile – che qualcosa dentro di lei si spacca con un fracasso infernale.
Fino a quel momento, Esther era sì consapevole di avere davanti delle difficoltà, consapevole che le sue capacità mentali si stavano pian piano sfilacciando, ma mai il terrore la aveva invasa fino a paralizzarla, a spingerla a risoluzioni estreme quali il suicidio, i suicidi, i mille piccoli tentativi di annientarsi disposti qua e là lungo tutta la narrazione e destinati a scattare a vuoto come trappole per topi mal congegnate. Uccidendosi, Esther non ucciderebbe niente di più che un involucro. Il soffio vitale è già fuori di lei. È uscito, si è perduto, esploso al contatto con la vita e i suoi meccanismi di produzione e distruzione. Eppure, anche se Esther è già morta, anche se la sola Esther che conti è già morta, tutti si affaccendano intorno al suo cadavere per far sì che l’involucro non muoia. Coccolano il suo scheletro, ci parlano, lo ingozzano di insulina.

« Capii allora che il mio corpo conosceva un’infinità di trucchetti, tipo togliere la forza alle mie mani nel momento cruciale, che gli avrebbe salvato ogni volta la vita, mentre, se fosse dipeso solo da me, in un attimo l’avrei fatta finita. Dunque dovevo tendergli un’imboscata con quel po’ di intelligenza che mi rimaneva, altrimenti quello mi avrebbe tenuta intrappolata nella sua stupida gabbia per altri cinquant’anni di ebetudine ».

Ma il corpo non è l’unica gabbia contro cui Esther deve dibattersi. Il corpo è soltanto la gabbia più superficiale, quella che aderisce strettamente allo spirito. Sopra il corpo tutta un’altra serie di pinnacoli e di guglie si innalza, e questa è la campana di vetro. La campana di vetro è la matrioska multistrato in cui sei immerso dacché sei nato. Nella matrioska più piccola c’è la tua famiglia, in quella poco sopra la famiglia che ti formerai, poi la scuola, il lavoro, le istituzioni, le consuetudini, i sistemi di pensiero, le religioni. A volerla sfogliare tutta come una cipolla, la campana di vetro ha la forma del cosmo. Tutto il cosmo in ogni sua parte è una campana di vetro. Essendo grande, la campana non pesa su tutti allo stesso modo. In qualche punto, anzi, si respira abbastanza bene. Ma a seconda delle circostanze, del sesso, dell’educazione la campana ti preme un po’ di più o un po’ di meno.
Se sei una donna come Esther, nell’America degli anni Cinquanta, la campana di vetro ti pesa addosso un bel po’. Innanzitutto, o ti sposi o sei poeta. Qualunque persona sana di mente vedrà che sono impossibili insieme. Secondo, o ti sposi e rimani vergine per tuo marito (mentre tuo marito, beninteso, non rimane vergine per te) o hai una vita sessuale franca e schietta e allora subisci le conseguenze a tuo carico (vedi gravidanze indesiderate e scandali). A dirla tutta, la società perbenista e maschilista nella quale Esther è immersa è quella che di più appesantisce la campana di vetro. Per Esther gli uomini sono creature grottesche, tra le quali si muove con circospezione, e che si dividono in ‘uomini che potresti sposare e che quindi ti trasformerebbero in una moglie-zombie accondiscendente’ e ‘uomini che potresti scopare e quindi usare per assumere il controllo sul tuo corpo, sulle tue emozioni, sui tuoi cicli’.

« Era sempre la stessa storia: adocchiavo un ragazzo e da lontano sembrava perfetto, ma non appena si faceva più vicino, scoprivo che non mi piaceva più. Era uno dei motivi per cui non intendevo sposarmi. L’ultima cosa che desideravo era la sicurezza assoluta ed essere il punto da cui scocca la freccia dell’uomo. Io volevo novità ed esperienze esaltanti, volevo essere io una freccia che vola in tutte le direzioni, come le scintille multicolori dei razzi il 4 luglio».
Il fantasma del matrimonio e l’incubo della verginità – l’amore non è tra le alternative – pendono sulla testa di Esther come una solida spada di Damocle. Lei si sposta un po’ da una parte e un po’ dall’altra. Ma nel centro, nell’oscillazione è la follia.

Altro sonoro rintocco sulla campana di vetro è il din-don della religione. Cattolicesimo, unitarianesimo, puritanesimo sono tutte uguali, tutte ugualmente pronte a incasellarti nei loro schemi rigidi, quegli schemi comodi come linee rette nei quali non c’è alcun bisogno di pensare. « Gli avevo detto che credevo nell’inferno, e che certe persone, io per esempio, erano condannate a vivere all’inferno durante la vita, per compensare il fatto di non andarci dopo morte, visto che non credevano nell’aldilà, e che dopo la morte a ciascuno succede quello in cui aveva creduto ».

Poi ci sono i genitori, che ti vogliono sana, stupida e felice. Poi gli amici, che ti vogliono simpatica e vestita bene. Poi i dottori, che vogliono sapere perché stai male. E infine ci sei te, il nocciolo duro della campana di vetro, la punta di diamante che ruota e strilla e strepita ma non crepa. La campana non si rompe. Se si incrina, la aggiusteranno per te. Non potrai mai fuggire.

Io credo che questo libro fiero, crudo, spietato sarebbe molto più noto di quanto già non sia se solo in copertina non ci fosse quel nome di donna che fa storcere il naso ai maschietti, se chi l’ha scritto non si fosse suicidato, attirandosi quei sospetti di ‘cianfrusaglia deprimente scritta da una persona disturbata’. Io credo che un libro che scava così tanto nella malattia e nel suicidio, un libro che ci fa entrare nelle vasche da bagno e nelle cliniche dove ti addomesticano con l’elettroshock, acquisti una validità ancora più assoluta per il fatto – ovvio, brutale – che Sylvia Plath ha effettivamente vissuto quel che racconta, che ha portato la merenda ai suoi bambini e ha infilato la testa in un forno e nessuno, nessuno l’ha trovata prima che fosse troppo tardi.
Io credo che questo libro non dica ‘La vita fa schifo, perché non ce la togliamo tutti?’. Anzi, io credo che questo libro voglia dire o almeno dica a me, ‘Ecco, qui sta il problema, qui, proprio qui, dietro l’orecchio destro, e adesso che io te l’ho circoscritto e definito, sta a te vedere come puoi estirparlo. Se puoi estirparlo. Se vuoi estirparlo.’
Io credo e lo dico sinceramente che perdere Sylvia Plath sia stata una gran perdita. E avrei preferito che rimanesse con me, che scrivesse altri tre, altri quattro libri come questo, invece che scriverne uno solo e suggellarlo col più definitivo, col più puro atto di potenza.

 

Chiara Pagliochini


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: