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Riccardo II | William Shakespeare

Titolo: Riccardo II
Titolo originale: The Tragedy of King Richard the Second
Autore: William Shakespeare
Cenni sull’autore: Considerato il più grande poeta inglese, William Shakespeare nasce a Stratford-upon-Avon nel 1564, ma la sua fama ebbe Londra come sfondo. Appartiene al periodo d’oro della cultura anglosassone, cioè a “L’Età Elisabettiana” dal nome della regina del periodo, Elisabetta I. Figlio di un conciatore di pelli e orfano di madre perché affogata in un fiume sul Shakespeare prima della sua fama non si ha alcuna notizia; mancano infatti documenti riguardanti la sua biografia. Non solo la sua storia rimane oscura, anche la cronologia delle sue opere non è molto chiara; si sa comunque di per certo che il suo successo è dovuto al teatro, per il quale ha scritto opere indimenticabili sia in chiave di tragedia che di commedia. Per le tragedie, le opere più importanti e conosciute sono sicuramente “Romeo e Giulietta”, “Macbeth”, “Amleto”, “Otello”, “Giulio Cesare” e “Re Lear”.Per le commedie le più importanti opere sono “La commedia degli errori”, “Molto rumore per nulla”, “La bisbetica domata”, “Sogno di una notte di mezza estate”, “Le allegre comari di Windsor”, “Il mercante di Venezia”, “La tempesta” e tante altre. Un’altra categoria in cui vengono elencate altre opere di William Shakespeare sono i drammi storici in cui troviamo “Riccardo III”, “Riccardo II”, “Enrico IV”, “Enrico V”, “Enrico VI” e “Enrico VIII” ( Fonte: http://cultura.storiagiornalismo.com/william-shakespeare-biografia/ )
Anno di pubblicazione: 1597
Edizione: Garzanti
Traduttore: Andrea Cozza
Numero pagine: 227
Prezzo: 8,50 €
Consigliato: Sì.

Va bene. Partiamo dalla fine, per approdare all’inizio. L’inizio di cosa? Della mia conoscenza riguardo William Shakespeare.

Il Riccardo II è, forse, la miglior tragedia, la miglior storia letta in questi anni. Non scherzo, è davvero così. Io Shakespeare non lo conoscevo bene. Avevo letto così poco di suo, che quasi mi vergognavo se l’argomento veniva tirato in ballo in qualche discussione. Tutti conoscono “Romeo e Giulietta” e, sinceramente, a me non piacque molto. Rimasi sconcertata da questo, pensando che avevo distrutto un mostro sacro come Shakespeare.

Se fosse stato solo per “Romeo e Giulietta”, il mio giudizio non sarebbe cambiato.

Invece, per fortuna, ho letto il Riccardo II, il primo di una cosiddetta tetralogia composta, a seguire, da Enrico IV parte I, Enrico IV parte II, Enrico V. So che questo commento sarà dettato più che altro dal fattore emotivo, prendetelo così come viene.

Riccardo II era, innanzitutto, un re. Per essere precisi, fu re d’Inghilterra dal 1367 al 1400. Quindi fu sovrano in un periodo denso di cambiamenti, e soprattutto, in un periodo di passaggio. Si passava, infatti, dal periodo (definito a posteriori) medievale, a un periodo definito rinascimentale. E’ ovvio che i cambiamenti storici sono dettati soprattutto da mutati sentimenti, opinioni, concezioni, modi di vita che determinano i grandi periodi storici. Riccardo II vive questo periodo; perciò, probabilmente, il suo potere era piuttosto fragile.

Shakespeare apre la tragedia partendo dalla disputa fra due contendenti, che si accusano reciprocamente di un assassinio. I due uomini sono Thomas Mowbray e Henry, soprannominato Bolingbroke, duca di Hereford, entrambi Pari del regno. Il re dapprima concede loro di sfidarsi in un duello, poi ferma tutto per definire e porre fine alla disputa. Mentre Mowbray viene allontanato definitivamente dal regno, a Henry viene concesso dal re un esilio, di una durata di circa dieci anni, alla fine del quale potrà rientrare in patria (Riccardo ed Henry sono peraltro cugini, fattore importante per lo svolgimento della storia). Ma quando Bolingbroke torna dall’esilio decide, oltre che reclamare le sue terre, precedentemente confiscate dallo stesso Riccardo, di reclamare anche il trono.

Riccardo II è un sovrano che mi ha fatto quasi tenerezza. Come già detto, è un sovrano fragile perché è ancora fortemente legato alla concezione di re imposto da Dio, tipico dell’epoca medievale e non riesce a rendersi consapevole del cambiamento che sta avvenendo attorno a sé. Lui è sovrano perché Dio lo ha voluto, perciò è nel giusto, in qualsiasi azione compia. Non riesce a capire che, oltre a tutto il resto, anche la figura del monarca dovrà cambiare, ponendosi ai sudditi non come un dio sceso in terra (ricordiamo che era anche l’epoca dei cosiddetti re taumaturghi), ma come un uomo, capace di soddisfare e ascoltare i suoi sottoposti e i problemi che li affliggono. Riccardo II non è niente di tutto questo; è poetico, romantico, desolato e malinconico ma proprio non riesce a capire   perché qualcun’altro debba reclamare il suo posto di re, quando c’è già lui ad occupare il seggio regale. Non mi ha fatta arrabbiare, al contrario. Ho trovato molto interessante il suo carattere, il suo modo di porsi e di esprimersi. Il suo essere così fragile, senza riuscire a imporsi mi ha impressionata. Ho provato dispiacere per re Riccardo, complici ovviamente le splendide parole che gli fa pronunciare Shakespeare.

Quindi ad oggi posso dire che, sì, Shakespeare mi ha conquistata.
Chiara Coppola

Sempre riguardo William Shakespeare potete leggere la recensione di:
-> Amleto

 


Amleto, William Shakespeare

Titolo: Amleto
Titolo originale: Hamlet
Autore: William Shakespeare
Cenni sull’autore: “Non vi fu alcuno in lui; dietro il suo volto (che anche attraverso i cattivi ritratti dell’epoca non somiglia a nessun altro) e le sue parole, ch’erano copiose, fantastiche e agitate, non c’era che un po’ di freddo, un sogno sognato da nessuno. Al principio credette che tutti fossero come lui, ma la sorpresa di un compagno col quale aveva cominciato a commentare quella condizione di vuoto, gli rivelò il suo errore e gli fece capire, per sempre, che un individuo non deve differire dalla specie. Pensò, un giorno, che
nei libri avrebbe trovato rimedio al suo male e così apprese il poco latino e meno greco che poteva conoscere un suo contemporaneo; poi considerò che nell’esercizio di un rito elementare dell’umanità poteva forse trovarsi quel che cercava, e si fece iniziare da Anne Hathaway, in un lungo pomeriggio di giugno. Passati i vent’anni andò a Londra. Istintivamente, s’era già addestrato nell’
abitudine di simulare d’essere qualcuno, perché non fosse scoperta la sua essenza di nessuno; a Londra trovò la professione cui era predestinato, quella dell’attore, il quale su un palcoscenico giuoca ad essere un altro, davanti a un’accolta di persone che giuocano a crederlo l’altro.” (Jorge Luis Borges, L’artefice, Fonte)
Composizione: 1600 – 1602
Edizione: Garzanti i grandi libri
Traduttore: Nemi d’Agostino
Pagine: 281
-> Consigliato: Sì! (ma prima documentatevi sulla traduzione per capire quale vi piaccia di più)

 

Signore e signori, essendo oggi una domenica particolarmente stanca, ho deciso di fare una cosa un po’ diversa dal mio solito e di coinvolgervi in un piccolo esperimento sociale. L’esperimento è volto a dimostrare che ognuno di noi ha almeno una conoscenza empirica di base del signor Billy Shakespeare e delle sue opere. Come possiamo citare a memoria frasi della Bibbia senza averla mai letta per intero, come citiamo la Divina Commedia o le poesie che abbiamo imparato alle elementari, così siamo in grado di citare e di riconoscere a naso quel creativo falso-noto di zio Billy, cui va il merito di aver così intriso di sé la cultura occidentale da essere quasi diventato un cliché. E povero lui.

Il nostro esperimento consiste in questo, che io elenco una serie di frasi arci-note e alla fine voi mi dite quante ne conoscevate.
Pronti? Via!

AMLETO: Fragilità, il tuo nome è femmina.

POLONIO: Presta l’orecchio a tutti, la tua voce a qualcuno, senti le idee di tutti ma pensa a modo tuo.

MARCELLO: C’è qualcosa di marcio in Danimarca.

AMLETO: Dubita che di fuoco sian le stelle, o che si muova il sole, o che la verità sia una storiella ma giammai del mio amore.

AMLETO: To be, or not to be, that is the question.

AMLETO: Vattene in un convento.

OFELIA: O che nobile mente è qui distrutta!

AMLETO: O Dio, morto da due mesi e non ancora dimenticato! Allora c’è speranza che la memoria d’un grand’uomo gli sopravviva un semestre.

OFELIA: Siete pungente, monsignore, siete pungente.
AMLETO: Vi costerebbe un gemito smussarmi la punta.

AMLETO: O vergogna, dov’è il tuo rossore?

OFELIA: Good night, ladies, good night. Sweet ladies, good night, good night.

AMLETO: Ah, povero Yorick. Io lo conoscevo bene.

LAERTE: Mettetela nella terra, e dalla sua carne bella e incontaminata spuntino viole.

AMLETO: Il resto è silenzio.

ORAZIO: Si spezza un nobile cuore. Buona notte, dolce principe, e canti e voli d’angeli ti accompagnino al tuo riposo.

 

Questo esperimento (il cui successo peraltro non è sperimentalmente confermato) ha in sé un’implicita componente di tristezza. Non è triste conoscere Amleto senza averlo letto? Non è triste conoscere Romeo e Giulietta senza averlo letto? E Macbeth, Re Lear, La tempesta, Il mercante di Venezia, quel che volete. Pubblicità, pittura, letteratura, televisione, cinema, musica, ognuno di noi può impossessarsi di Shakespeare, staccarne un pezzettino e credere che non ci sia bisogno di leggere Shakespeare perconoscere Shakespeare. Il che è francamente ingiusto, scorretto e moralmente abietto. E se io fossi Shakespeare e avessi la sua conoscenza dei fantasmi tornerei sulla terra a mettere spilli sotto i cuscini.

Ma parliamo di Amleto e del perché ho scelto questa tragedia tra tante per cominciare la mia avventura shakespeariana. Innanzitutto, prima di quest’anno io non credevo che il teatro mi piacesse. Pensavo che fosse una cosa buona da vedersi a teatro, per l’appunto, ma non da leggersi. Pensavo di non poter apprezzare la sua sinteticità né la sua artificiosità, vale a dire didascalie con scritto “Muore” e personaggi che parlano così: Mento In Alto, Teschio Alla Mano, Essere O Non Essere???
Bene, non è così. Il teatro, come ogni altra arte, presuppone che chi ne fruisce sia disposto ad entrare in un principio di finzione. Nel caso di un testo teatrale, il lettore deve essere disposto ad accettare per buona una scarsa didascalia come indice del dramma personale e universale e deve altresì accettare che le persone parlino in modo assurdo, bizzarro, arzigogolato, improponibile. Quest’ultima considerazione non è valida per ogni tipo di teatro, ma nel caso di Shakespeare possiamo prenderla per buona. E allora, qual è la migliore attitudine per affrontare un testo come Amleto? Ecco, la migliore attitudine è farci uomini di teatro noi stessi, afferrare un oggetto, levarlo alto sopra la testa e pronunciare le battute di gola, seguire la cadenza, farsi trascinare nell’artificioso, essere noi stessi artificiali, più alti di noi stessi, più simbolici, più interessanti. Io non dico che il teatro proponga una natura ideale, questo non è vero: il teatro propone la natura così com’è, ma per renderla viva ha bisogno di strumenti ideali, strumenti che mettano il lettore o lo spettatore al di sopra della bieca realtà e gli arricchiscano lo sguardo. Servono dei paroloni, usiamoli. Servono delle inflessioni declamatorie, ben vengano.

Dicevo, perché ho scelto Amleto anziché un altro testo.
Amleto è con me da tanto tempo. È una cosa che non possedevo per intero (e non credo di possederlo tutto neanche adesso), ma che mi scorreva nel sangue a sprazzi. Dove giravo la testa, sbattevo in Amleto, e quel suo naso un po’ lungo mi solleticava sempre la schiena.
Due stimoli sono stati decisivi per obbligarmi alla di lui conoscenza: Freud e Ofelia. E se al momento pare che le due cose non abbiano punti di contatto, vi racconterò come invece entrano in una fitta rete di associazioni.
Leggendo l’Interpretazione dei sogni, mi sono imbattuta in una lettura di Amleto decisamente interessante e a cui non avevo mai prestato attenzione. Freud ricorre al testo di Shakespeare per illustrare la sua teoria (anche questa arci-nota, e mai nessuno che l’abbia davvero letta) del complesso di Edipo. Amleto, siamo tutti d’accordo, è una tragedia della volontà: la tragedia di un giovane di grande intelligenza e sensibilità, la cui anima è rosa da un lato da un pessimismo cosmico e, dall’altro, da un pessimismo contingente, legato alla scoperta del parricidio perpetrato da sua madre e suo zio, ora convolati a nuove nozze. Assetato di vendetta, grondante male di vivere, Amleto fa sua la causa di uccidere lo zio, restituendo la pace che merita alla memoria del padre. Eppure, mai una volta che lo vediamo fare un passo concreto per uccidere davvero questo zio. Prima si finge pazzo per disorientare la corte, poi si lascia spedire in Inghilterra senza neanche protestare; tornato a casa, si piega a un duello che pare il più stupido modo di morire. Mai una volta che davvero alzi la spada contro lo zio, se non nell’inevitabile resa dei conti. Amleto si lascia sfuggire tutte le occasioni, di proposito e incoscientemente, e di continuo si rimprovera la propria debolezza, la propria viltà. Su questo tema, una manciata di secoli dopo, Joseph Conrad scriverà un volumetto chiamato Lord Jim, che di Amleto è parente vicino. Ma questa è un’altra storia.
Ebbene, cosa vede invece Freud – quella volpe sorniona – nella tragedia di Amleto? Freud vede in Amleto un parricida mancato, un parricida mancato ma estremamente felice che suo padre sia morto. Amleto non può che essere indistruttibilmente felice, perché morto suo padre può coronare ora il sogno di un’unione con la madre. Ma no! No, perché la madre sposa invece lo zio, ed ecco che la figura paterna ritorna, in una forma più subdola e volgare. Amleto, il cui inconscio non è disposto a sopportare lo smacco per la seconda volta, si fa nevrotico, s’inventa un fantasma e in nome di una supposta vendetta compie invece un nuovo parricidio. Il conflitto di volontà sta in luogo della censura del complesso edipico. Da un lato egli vorrebbe far sua la madre, dall’altro l’io cosciente non è d’accordo. Lo scontro si fa titanico e, come va in questi casi, nasce una bella nevrosi.
Bravo zio Billy, il nostro Freud ante litteram.
Ora, io non sto dicendo che dobbiamo prendere per buona l’interpretazione di Freud, ma a me garba parecchio, come mi garbano sempre quelle interpretazioni grondanti repressione sessuale e perversioni.

Cosa c’entra questo con Ofelia? No, era un bluff. Tutto ciò non entra in nessuna relazione con lei. 
Ma Ofelia è probabilmente il personaggio letterario, il soggetto pittorico che più ha colpito il mio immaginario da quando sono bambina. La straordinaria Ofelia di Millais, le incantevoli Ofelie di Waterhouse, l’Ofelia di Rimbaud (E il tremendo Infinito atterrì il tuo sguardo azzurro!). Ofelia innesca in me tutta una serie di associazioni piacevoli, all’insegna della meraviglia, della perfezione stilistica. Io penso a Ofelia, e credo che rappresenti tutto ciò che c’è di bello, di pacato, di sacro.
E pensare che è uscita dalla penna di Shakespeare, che lui è stato il primo, pensare che senza di lui non ci sarebbe stata nessun’altra Ofelia, un mito potente quanto quello di Narciso… È semplicemente una cosa troppo grande da pensare.
La tragedia di Ofelia è una tragedia d’amore orribile. È la tragedia di una giovane donna casta come la neve, una donna intelligente, che sa stare al suo posto, una donna che ama, è riamata, non chiede di più, una figlia obbediente, una sorella devota, semplicemente uno dei personaggi femminili di animo più grande (e quindi del tutto inverosimili) che siano mai stati creati. Grandi dolori minano il suo passo: la simulata pazzia di Amleto, che nega di averla mai amata; la morte del padre-ficcanaso Polonio, che fa la fine del sorcio per mano di Amleto. Ofelia è davvero vittima innocente di questo gioco di potere e di morte. Il suo suicidio per annegamento, raccontato con parole struggenti, con immagini immortali, ne fa un caposaldo dell’immaginario collettivo.
Ora, mi piacerebbe raccontarvi anche di Lizzy Siddal, che fu modella per Millais quando dipingeva la sua Ofelia. Lizzy Siddal che restò immobile per ore in una vasca, così che il pittore potesse studiare come l’acqua scivolava sulla sua pelle. Lizzy Siddal che si buscò un raffreddore perché le luci che scaldavano l’acqua s’erano spente e Millais era tanto concentrato che non se ne accorse. Lizzy Siddal che poi fu moglie di Dante Gabriel Rossetti e morì di overdose di laudano, anche lei una star ante litteram. E Dante Gabriel Rossetti fece riaprire la sua tomba per riprendere le poesie che aveva sepolto con lei.
Ora, tutto questo in che relazione entra con Amleto? Che relazione ha con Shakespeare? Nessuna, era solo per dire che Amleto non è solo se stesso e Shakespeare non è solo Shakespeare. Era per dire che c’è un motivo se tutti abbiamo una conoscenza shakespeariana empirica. Ed il motivo è che Shakespeare non è un punto in una rete, bensì un sistema di relazioni. È come fare una puntatina su Google con cinque secoli d’anticipo. Demodé? Artificioso? Puah, così volgarmente all’avanguardia!

Chiara Pagliochini 


Scritti teatrali, Bertol Brecht

Titolo: Scritti teatrali
Titolo originale: Schriften zum Theater
Autore: Bertolt Brecht
Cenni sull’autore: Principale drammaturgo tedesco del Novecento, Brecht nasce ad Augusta nel 1898. Nel 1928 ottiene il primo successo a teatro con L’opera da tre soldi, musicata da Kurt Weill. Dopo l’incendio del Reichstag, nel 1933, lascia la Germania per stabilirsi prima in Danimarca e poi negli USA. Nel 1947 aderisce all’invito della Repubblica Democratica Tedesca di stabilirsi a Berlino Est, dove fonda il famoso teatro Berliner Ensemble. Di solida fede marxista, Brecht voleva che il suo teatro fosse sì un teatro di intrattenimento, ma che non trascurasse la sua funzione sociale, invitando gli spettatori a un distacco critico dalle vicende rappresentate. Tra le sue opere di maggior successo ricordiamo Ascesa e caduta della città di Mahagonny, Madre Coraggio e i suoi figli, L’anima buona di Sezuan, Vita di Galileo.

Anno di pubblicazione: 1957
Edizione: Piccola Biblioteca Einaudi
Pagine: 248
Tradotto da: Emilio Castellani, Roberto Fertonani, Renata Mertens
Costo: € 18,00
-> Consigliato: Se vi interessa, perché no. Se obbligati, perché no.

“Il destino dell’uomo è l’uomo.”

Io credo che tutti i libri abbiano qualcosa da dirci, anche quelli che non vogliamo leggere né mai leggeremmo se non per imposizione. Tutti i libri hanno qualcosa da dirci, purché chi li ha scritti voglia davvero dirci qualcosa, purché egli creda veramente in quel che scrive. La sincerità, in un libro, la si avverte a fiuto, ed è sempre un profumo.
Così è stata questa mia esperienza con Brecht. Da profana quale sono, totale ignorante, nel mio generale disinteresse per l’arte teatrale, mi preparavo a una lotta o a una marcia estenuante su terreni gelati. La neve che fioccava intorno, oltre le finestre, aggiungeva un tocco di realismo all’atmosfera. Ma in realtà Brecht mi ha fatto capire che si può marciare nella neve e neanche dispiacersene poi tanto, se ogni tanto fai una sosta in una casetta di contadini e ti fermi a prendere una cioccolata calda. Ammesso che i contadini tengano la cioccolata calda. Ammesso che ad accompagnare i tuoi passi, a stampare le orme nella neve accanto alle tue, ci sia un vecchio bonario signore di nome Bertolt Brecht.
Brecht stesso ci avvisa che è piuttosto inutile e anche abbastanza fuorviante leggere i suoi Scritti teatrali senza mai aver “visto” il suo teatro. E io poi, che non ho mai letto neanche uno dei suoi testi… ma insomma, chi me lo fa fare? L’esame di Letterature comparate, ecco chi me lo fa fare.
Quando ci vengono imposte letture che mai ci sogneremmo di fare, al povero studente/lettore non restano che due alternative:

– accingersi alla lettura come se si trattasse di prendere uno sciroppo senza avere la tosse;
– convincersi di avere la tosse e quindi prendere lo sciroppo perché ci fa bene.

Questa seconda via, che si chiama “fare di necessità virtù”, è quella che imbocco sempre io. Finora ha sempre funzionato.
E così, anziché fare una recensione scolastica cercando di spiegare a voi che cosa siano il “teatro epico”, “l’effetto di straniamento”, la “dialettica teatrale, la “musica gestuale”, mi limiterò a stilare una lista degli insegnamenti umani che questa lettura mi ha lasciato:

1. È sterile e dannoso che in un’opera letteraria l’uomo venga rappresentato come una creaturina soggetta ai capricci del fato o ai flutti di un’ineluttabilità perversa.
2. In un’opera letteraria, l’uomo non dovrebbe essere rappresentato come “eternamente uguale a se stesso”. L’uomo non è mai stato né mai sarà sempre uguale a se stesso, in quanto ogni uomo è soggetto alle specifiche leggi del suo tempo. Allo stesso modo, il comportamento di ogni uomo è soggetto alle condizioni sociali in cui si trova a vivere. Un ricco nobile del Cinquecento, un operaio della prima rivoluzione industriale, il padrone della fabbrica in cui lavora, la donna che proprio adesso sta andando a fare la spesa sono tutte persone diverse, sono dei singoli: ognuno di loro, posto dinnanzi alle stesse condizioni, reagirebbe in modo diverso.
3. Il fato non esiste, “il destino dell’uomo è l’uomo”. Poiché il fato non esiste, il mondo si può cambiare. Poiché il mondo si può cambiare, lo posso cambiare anch’io.
4. Per cambiare il mondo, è necessario sapere come il nostro mondo funziona. Bisogna conoscere la storia, le leggi economiche che ci governano, le dinamiche della lotta di classe. Non serve a niente andarsene in giro con il naso all’aria e alzare le spalle dicendo, “io non posso farci niente”. Non è vero: se io mi documento, se sono informato, io posso effettivamente fare qualcosa. Io fabbrico il mio destino da me.
5. L’arte non può cambiare il mondo, ma deve mostrare che il mondo può essere cambiato. “Tutte le arti contribuiscono all’arte più grande di tutte: quella di vivere”.
6. L’arte quindi non deve incantarci, imbambolarci, trasportarci altrove. L’arte deve scuotere le coscienze, prendere per il colletto lo spettatore, spingerlo a un’indagine critica di ciò che succede sulla pagina o sul palco. Egli non deve identificarsi in Amleto, ma deve poter discutere di Amleto. Deve poter capire dove ha sbagliato e cosa di diverso si poteva fare per non giungere allo stesso errore.
7. L’arte deve basarsi sull’osservazione degli uomini. Bisogna guardare gli estranei come se fossero nostri conoscenti e i nostri conoscenti come se fossero estranei. Bisogna interrogarsi sulle dinamiche che regolano i rapporti tra esseri umani e saperle riprodurre fedelmente.
8. L’arte non deve mai totalmente improntarsi a questa sua vocazione morale o didattica. Il fine primario dell’arte resta quello di divertire. La noia non è un clima che si confaccia all’insegnamento. Se l’arte vuole insegnare, deve prima divertire.

Vorrei poter essere d’accordo con Bertolt Brecht. Ho fiducia nelle sue posizioni e lo reputo degno del mio rispetto, tuttavia non ho un briciolo della sua incondizionata fiducia. E per questo, se guardate bene, vedrete stampate sulla neve due serie di impronte molto diverse tra loro. Le mie sono tutte sghembe, alcune molte leggere, alcune molto profonde, e ogni tanto c’è il segno di una scivolata. Quelle di Brecht sono solidissime, tutte uguali e c’è persino l’impronta di un bastone da passeggio. Ma ogni tanto – ecco, guardate lì! – deviano dal loro percorso naturale, si avvicinano alle mie e quasi le coprono. Quelli sono i momenti in cui io scivolavo, e lui mi porgeva il braccio.

Chiara Pagliochini 


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