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Il film della sua vita | Angelo Morino

Titolo: Il film della sua vita
Autore: Angelo Morino
Cenni sull’autore: Angelo Morino è nato nel 1949 in provincia di Torino e si è laureato in Lingue e Letterature Straniere Moderne con una tesi su Mario Vargas Llosa. Contemporaneamente al suo impegno come docente nelle università di Torino e L’Aquila, ha tradotto innumerevoli romanzi dallo spagnolo e dal francese, contribuendo in modo fondamentale a far conoscere in Italia la letteratura ispanoamericana: ha tradotto Puig, García Márquez, Isabel Allende, Bolaño, Vargas Llosa e moltissimi altri, decine di autori che senza il suo contributo non avremmo mai potuto conoscere. Era inoltre a sua volta scrittore: agli otto libri che ha pubblicato in vita se ne sono aggiunti due, ritrovati nel suo computer dopo la morte precoce avvenuta nel 2007.
Anno di pubblicazione:  2012
Edizione: Sellerio
Numero pagine: 218
Costo: 13€
-> Consigliato:  Decisamente sì

A volte succede, con i libri profondi, quelli che ti scavano un solco dentro e toccano corde sensibili, scoperte, fragili: non sai cosa dire, come commentare. Quando un libro è così perfetto, così compiuto pur nella sua conclusione mancata, aggiungere anche solo una parola sembra un delitto. Perché la prosa di Morino è limpida, asciutta, essenziale. Perfettamente limata e ritmica, con un lessico scelto con cura e mai un aggettivo di troppo.

Impossibile descrivere Il film della sua vita in poche parole: certo, si potrebbe semplicemente dire che è un libro sul rapporto dell’autore con la madre, ma è molto di più. Si parte dall’infanzia e si arriva alla morte di lei, scorrendo i momenti importanti della sua vita come in una serie di fotogrammi e soffermandosi sulla storia della relazione con il figlio, intensa, quasi ossessiva. Morino appare completamente soggiogato da una madre dal carattere dispotico ma inaspettatamente fragile non appena la sofferenza le fa perdere il contegno a cui tiene tanto.

In questo libro, che lascia pietrificati e sgomenti, compaiono tutte le declinazioni del dolore: è doloroso, dolente, addolorato. Dolorante. Dolorifico. Un dolore che pervade ogni angolo della coscienza e contagia il lettore con un terrore assoluto nei confronti dell’evento più inevitabile di tutti. Ma la morte non è vista come un’assenza eterna quanto come un processo faticoso, osceno, che turba e disgusta, sfinisce e lascia un senso di vuoto il cui inizio risale già all’arrivo della vecchiaia, con la scomparsa di un corpo tanto amato sotto un guscio di pelle cascante e avvizzita.

Morino narra tutto da un punto di vista strettamente fisico, quotidiano, umano: nessuna pretesa di filosofeggiare sulla vita e sulla morte, solo il grido d’angoscia di un figlio che si ritrova a fare i conti con qualcosa di inesorabile a cui non ha mai voluto pensare. E la figura della madre, così altezzosa, così forte, così dura con lui che cerca in tutti i modi di dimostrarle che non è un buono a nulla, provoca nel lettore una sorta di ammirazione risentita, di rimprovero offuscato dallo stupore per un senso di dignità portato all’estremo.

Ci sono scene dolcissime di contatto fisico tra la madre malata e il figlio, alternate alle sfuriate di lei che si lagna senza posa per il dolore che la consuma. C’è la guerra, il passato di una donna coraggiosa e forte fin da giovane, determinata a seguire l’amore anche se i tempi sono difficili. C’è un’infanzia relativamente felice, vissuta in simbiosi, madre e figlio sempre attaccati, il padre escluso dal loro rapporto privilegiato. Morino non ci risparmia nulla, e non risparmia neppure se stesso, mettendosi a nudo e confidando alla carta anche i pensieri più scomodi e sgradevoli, con un’onestà intellettuale umile e umanissima. La tematica fondamentale della memoria si intreccia con la trascrizione sincera e spassionata di pensieri che, forse, ognuno di noi si troverà a dover affrontare prima o poi.

La morte di un genitore è qualcosa a cui si preferisce non pensare, che implica un cambiamento radicale, una decisa svolta nella vita di chiunque, e particolarmente in quella di un uomo così legato alla propria madre, unica donna che abbia mai amato, essendo omosessuale.

Il romanzo è rimasto incompiuto a causa della precoce morte di Morino, grandissimo ispanista e traduttore, che tuttavia ha fatto in tempo ad affidare al computer la storia di un amore smisurato, incrollabile, possessivo ed estremo in ogni senso. Come ci ricorda Vittoria Martinetto nella commovente nota finale, solo dopo il momento cruciale della morte della madre Morino ha cominciato a scrivere di sé, quasi fosse riuscito soltanto allora a trasformarsi in una persona compiuta, finalmente scissa da un cordone ombelicale mai completamente cicatrizzato, neanche dopo anni di lontananza fisica dalla madre.

L’ho finito con un groppo in gola e il terrore di trovarmi un giorno ad affrontare lo stesso dramma, la stessa angoscia, la stessa solitudine. Morino è stato mio docente all’università e a lui è dedicata la mia tesi di laurea specialistica. Ma anche per chi non l’ha mai conosciuto, questo libro può rivelarsi una di quelle gemme preziose, inaspettate, che toccano l’animo umano in profondità, perché tratta di un tema universale con una delicatezza, una franchezza, un’ingenuità disarmante che rappresentano una vera e propria oasi nel panorama letterario nazionale. Abbiamo perso un grande traduttore, un grande scrittore, un grande uomo. Di quelli che passano sotto silenzio, che lavorano di notte, che non amano apparire e forse proprio per questo si fanno riconoscere quando ti capitano tra le mani, perché brillano più di tutti.

Thais Siciliano 

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Il ragazzo che amava Shakespeare | Bob Smith

Titolo: Il ragazzo che amava Shakespeare
Titolo originale: Hamlet’s Dresser
Autore: Bob Smith
Cenni sull’autore: Bob Smith è nato a Stratford, cittadina del Connecticut con lo stesso nome di quella inglese in cui nacque Shakespeare. Dopo un’infanzia infelice passata a badare alla sorella malata, si è imbattuto nelle opere del più grande poeta e drammaturgo per caso, in una giornata di pioggia, e da allora le parole di Shakespeare guidano la sua vita.
Anno di pubblicazione:  2002
Edizione: TEA
Traduttore: Marcella Dallatorre
Numero pagine: 312
Costo: 8€
-> Consigliato:  A chi ama il teatro in generale e Shakespeare in particolare

Credo che più confusi si è dentro, più si ha bisogno di credere in qualcosa fuori. Avevo un disperato bisogno di appoggiarmi a qualcosa che fosse più grande di me, ed era chiaro che William Shakespeare capiva com’era soffrire senza neppure sapere perché.

 

E va bene, lo ammetto, mi sono lasciata ingannare dal fatto che, secondo la quarta di copertina, Frank McCourt abbia definito questo libro “Un capolavoro”. L’amico che me l’ha prestato mi ha avvisata: guarda che è triste. E io ho risposto “allora mi piacerà”.

Invece, nonostante le premesse, mi ha lasciata piuttosto interdetta. La passione dell’autore per le opere di Shakespeare è innegabile, traspare in ogni parola, ed è bello seguire lo sviluppo della sua profondissima conoscenza del grande autore inglese. Ma gli episodi della sua vita si succedono in modo forse troppo ripetitivo, e dopo un po’ la storia perde mordente.

Bob è un ragazzino come tanti, ma vive al servizio della sorella ritardata, cosa che finisce per condizionare ogni aspetto della sua esistenza. La ama moltissimo e non la percepisce come un peso, ma occuparsi di lei è un lavoro a tempo pieno, e il teatro finisce per rappresentare la sua unica via di fuga. Scopre Shakespeare per caso, leggendo una frase del Mercante di Venezia che gli sembra descriva perfettamente la sua situazione. E così, quando in città arriva un gruppo di attori, comincia a lavorare come servo di scena. Non gli interessa recitare, ma si appassiona al mondo di Shakespeare con rara dedizione, e nelle sue opere riesce sempre a trovare un parallelo con la propria vita. Il libro è infarcito di citazioni: in fondo ogni cosa che viviamo è già stata provata da qualcun altro prima di noi, e in Shakespeare c’è tutto, ogni esperienza umana, ogni dolore, ogni tradimento, ogni abbandono, basta cercare.

Da adulto Bob, che non vede la sorella da quarant’anni perché è stata messa in un istituto e lui non ha mai avuto la forza di andarla a trovare, fa lezione sulle opere di Shakespeare a gruppi di anziani, che diventano la sua famiglia, come se il fatto di aiutare e sostenere loro potesse riscattare la sua incapacità di occuparsi della sorella. Quest’ultima è un personaggio tragico, incatenata alla propria condizione e incapace di rendersene conto, e il fatto che Bob non solo non si sia opposto quando i genitori, sfiniti, hanno deciso di metterla in istituto, ma abbia anche rinunciato ad andarla a trovare per quarant’anni pur amandola moltissimo, lascia il lettore un po’ disorientato e deluso. Insegnare agli anziani ad amare Shakespeare è sicuramente una bella cosa, ma non cancella la debolezza del protagonista: il senso di colpa non è una giustificazione.

Tuttavia, anche Bob non ha sicuramente avuto una vita facile e serena: sempre isolato dai suoi compagni a causa della sorella malata, con i genitori costantemente sul punto di crollare, segnato dalla solitudine, ha trovato in Shakespeare una via di fuga dalla realtà e si è immerso in un mondo nuovo e affascinante.

Ecco, se amate e conoscete Shakespeare al punto da poter descrivere la vostra vita con le sue parole, questo libro probabilmente vi piacerà moltissimo. Io ho ammirato la dedizione del protagonista e mi piace l’idea che si possa trovare nei libri qualcuno che sa benissimo come ci sentiamo, ma questi concetti sono ribaditi più e più volte senza aggiungere molto alla trama, ed è un peccato.

Il ragazzo che amava Shakespeare si limita semplicemente a ciò che il titolo descrive: un bambino che diventa uomo trovando un sostegno fondamentale nelle parole di un autore ormai scomparso, l’unico a  riuscire nell’impresa di non farlo sentire solo al mondo.

La poesia divenne così un bellissimo luogo in cui nascondermi dalla mia vita e dai miei genitori, un luogo in cui sapevo che loro non mi avrebbero mai seguito.

Thais Siciliano


Donna per caso | Jonathan Coe

Titolo: Donna per caso
Titolo originale: The Accidental Woman
Autore: Jonathan Coe
Cenni sull’autore:  Nato in Inghilterra nel 1961, Coe ha insegnato poesia, suonato e corretto bozze finché non si è affermato come scrittore di talento e giornalista. Ha scritto opere tradotte in tutto il mondo, tra le quali La casa del sonno, La banda dei brocchi e La famiglia Winshaw. Donna per caso è il suo primo romanzo.
Anno di pubblicazione:  1987
Edizione: Feltrinelli
Traduzione:  Stefano Massaron
Numero pagine: 157
Costo: 6,50 €
-> Consigliato: Se non vi disturba leggere di una vita totalmente sprecata o se vi sentite vuoti, sì.

Maria avrebbe potuto risparmiarsi un bel po’ di infelicità – è difficile dire con esattezza quanta, al massimo non più di una vita intera, comunque.

 

Donna per caso, ovvero Una vita. Il breve romanzo di Jonathan Coe è semplicemente questo: niente avventure, niente colpi di scena, solo la storia di una donna. Ma non una donna come tante: Maria è un personaggio davvero singolare. Asettica, apatica, incapace di provare emozioni, quasi crudele a volte, è completamente in balia degli eventi. Fa ben poche scelte consapevoli, e quelle che fa si rivelano perlopiù sbagliate: rifiuta lo spasimante perfetto, si sposa con un uomo orribile senza pensarci troppo, fa un figlio che la odia sin da piccolissimo, si lascia guidare dal caso in ogni decisione importante, aspetta troppo o troppo poco, fatica a stringere legami perché si sente lontana da tutti e non è interessata all’amicizia. Del resto, nel corso della sua vita viene a contatto con personaggi davvero inquietanti, descritti con le pennellate di crudeltà tipiche della penna di Coe: episodi isolati e fulminei che lasciano il lettore a bocca aperta.

Ma il vero punto di forza di questo romanzo è la voce narrante: onnisciente e di parte allo stesso tempo, seleziona gli episodi più rilevanti della vita di Maria e si diverte a intervenire con commenti, battute e anticipazioni, sfruttando una vena di ironia tanto sottile quanto efficace.

Se vi piace lo stile di Coe, questa narrazione così particolare e ben riuscita vi farà sorridere, sogghignare, talvolta ridere apertamente: perché in fondo a volte le nostre vite sono così banali, così vuote, che l’antipatica e sprezzante Maria forse ha ragione: non vale la pena emozionarsi troppo né credersi tanto speciali.

È come se la protagonista vedesse se stessa dall’esterno, come se la vita che sta vivendo non fosse la sua ma quella di una perfetta sconosciuta, raccontata con distacco quasi sprezzante: effettivamente è difficile provare davvero qualcosa di profondo per un estraneo, e in ogni caso è nostro diritto non aver voglia di mostrarci entusiasti solo perché gli altri si aspettano che lo siamo. Ecco, diciamo che questa tematica è un po’ portata all’estremo – volutamente – nel caso di Maria, ma penso che chiunque abbia vissuto almeno una volta un’esperienza simile, un’occasione in cui tutti si aspettavano reazioni entusiastiche da parte nostra e noi invece avevamo solo voglia di goderci la notizia in santa pace, di rifletterci su, oppure di non pensarci affatto. O magari di raccontarla al gatto di casa, che ascolta tutto senza aspettarsi grandi entusiasmi.

Trovo difficile trarre una conclusione su questo libro così strano, che mi ha lasciato una sensazione indefinita, una certa vaghezza, il desiderio di vivere  in modo completamente diverso da Maria, e il timore di non riuscirci.

Maria si sentiva davvero felice quando era sola, ma il pensiero di restare sola per sempre la terrorizzava, perché era soltanto un essere umano – cosa questa che, si potrebbe tranquillamente affermare, era poi la fonte di tutti i suoi problemi.

Thais Siciliano


La lingua perduta delle gru | David Leavitt

Titolo: La lingua perduta delle gru
Titolo originale: The Lost Language of Cranes
Autore: David Leavitt
Cenni sull’autore: Nato nel 1961, ha studiato a Yale per poi trasferirsi a New York, dove vive con il suo compagno. Ha debuttato a soli 24 anni con la raccolta di racconti Ballo di famiglia, e attualmente insegna lettere all’Università della Florida. Ha vissuto a lungo in Italia, che spesso fa da sfondo a parte dei suoi racconti e romanzi.
Traduzione: Delfina Vezzoli
Anno di pubblicazione: 1986
Edizione: Oscar Mondadori
Pagine: 327
Costo: 10 €
-> Consigliato: Sì, se interessa l’argomento

“Ciascuno, a modo suo, trova ciò che deve amare, e lo ama; la finestra diventa uno specchio; qualunque sia la cosa che amiamo, è quello che noi siamo.”

Partiamo dal titolo, che a prima vista sembra non quadrare molto con l’argomento trattato. Questo libro parla di omosessualità, e allora cosa c’entrano le gru e il loro linguaggio? Leavitt lascia volutamente che il lettore capisca da sé la connessione, inserendo a metà libro l’episodio di un bambino molto piccolo che, trascurato dalla madre, inizia a imitare le gru di un cantiere che vede dalla finestra, e per tutta la vita amerà solo quelle: le gru diventano l’oggetto di un amore strano, inconcepibile per gran parte della gente.

E forse è così che molti vedono ancora l’omosessualità: il romanzo è ambientato nella New York degli anni Ottanta, quando la paura dell’AIDS era all’apice, la tematica era ancora un tabù e faceva paura, molto più di oggi.

Rose e Owen sono una coppia di mezza età la cui unica preoccupazione, inizialmente, sembra essere l’appartamento che non possono permettersi di acquistare. La loro vita verrà sconvolta nel momento in cui il figlio Philip, già adulto, dichiarerà la propria omosessualità. Ma le vite di Rose e di Owen non erano poi così perfette neanche prima: lei l’ha tradito ripetutamente, lui non è mai riuscito a venire a patti con il fatto di essere gay, e frequenta cinema per soli uomini per sfogare i propri istinti. Tuttavia, non si tratta di un romanzaccio scandalistico o pornografico: tutti i personaggi soffrono moltissimo per la loro condizione e si trovano ad affrontare scelte e discussioni che li mandano in una crisi profonda, personale, drammatica.

È un libro che scandaglia le pieghe più nascoste dell’animo umano e del dialogo tra familiari, tra amanti, tra amici. Ognuno dei personaggi principali ha un atteggiamento diverso riguardo al parlare di sé con gli altri: Philip è onesto e ingenuo e pensa che l’unico modo per vivere sereni sia parlare chiaro, sua madre Rose, al contrario, ben sapendo che quando una cosa viene detta non si può più tornare indietro, preferisce non sapere e non raccontare, rinchiudersi nel silenzio, nel non detto, come una sorta di protezione da ciò che non vuole affrontare. Owen, il marito di Rose, quasi esplode dalla voglia di confessare quella che percepisce come una colpa, ma non ne ha il coraggio. Le parole sono centrali in questo libro, e hanno una potenza devastante: dire o non dire una certa cosa può davvero stravolgere la nostra vita e quella degli altri. Ma anche la paura di rivelarsi può condizionarci al punto da renderci insopportabili a noi stessi, rinchiusi in una gabbia dalla quale non riusciamo a uscire. Quando Philip parla ai genitori della propria omosessualità, la reazione di Rose è la rabbia, quella di Owen le lacrime: sa che quello è un punto di non ritorno, che non potrà nascondersi ancora a lungo, e allo stesso tempo è felice che suo figlio sia così coraggioso e che sia nato in un’epoca che gli permette di assecondare il suo orientamento sessuale invece di imbrigliarlo in un matrimonio infelice.

L’amore è vissuto da tutti i personaggi come una pulsione ineludibile, che influenza tutto il resto, sia esso vissuto come una malattia, da parte di Owen, o con naturalezza, come nel caso di Philip, il povero Philip che soffre perché la madre si allontana da lui dopo la sua rivelazione, come se scaricasse su di lui il peso di un’intera vita vissuta nella finzione.

È un libro duro, spigoloso, che fa male ma ci regala un bello scorcio su un mondo che osserviamo spesso solo dall’esterno, magari anche con una certa aria di saccenteria. Non è certo un romanzo di avventure, non succede granché: il viaggio è tutto interiore. Perché ognuno deve riuscire a capire che cosa ama: anche se il percorso è lungo e doloroso, noi siamo ciò che amiamo, non possiamo fare altro che accettarlo, e accettarci.

Thais Siciliano


Tu, sanguinosa infanzia – Michele Mari

Titolo: Tu, sanguinosa infanzia
Autore: Michele Mari
Cenni sull’autore: Mari è nato a Milano nel 1955. Ha scritto romanzi, raccolte di racconti e saggi, e il punto di forza della sua produzione letteraria è lo stile, lirico e ben studiato.
Anno di pubblicazione: 2009
Editore: Einaudi
Numero pagine: 129
Costo: 13,00€
-> Consigliato: A tutti coloro che ricordano di essere stati bambini.

 

 

“Ma tu insistevi, e quando hai addolcito il tuo sguardo di quella luce speciale che mi riconosce uguale a te io non ho più avuto difesa.”

 

Il titolo è tutto un programma, e può lasciare interdetti: Tu, sanguinosa infanzia. E perché mai l’infanzia dovrebbe essere sanguinosa in un paese come il nostro, dove i bambini hanno tutto? Dopo aver letto questa breve raccolta di racconti, lo capirete. Mi è stata consigliata durante un corso di traduzione, perché uno dei racconti parla di questo argomento, ma ci è stato detto di leggerlo soprattutto perché Michele Mari sa scrivere. Sa scrivere maledettamente bene. Non leggo molto spesso autori italiani, ma quando uno si esprime in modo così meraviglioso, beh, tanto di cappello.

Mari è stato un piccolo snob, lo si capisce subito. Ma uno snob di quelli sfigati, emarginati, derisi, sofferenti perché troppo aristocratici e diversi. Descritto così, risulta istantaneamente antipatico. Eppure fin dalle prime pagine non si riesce a non solidarizzare con questo ex bambino – e bambino per sempre – che venera i libri in edizioni pregiate dopo aver fondato il suo sapere sugli adorati fumetti che ora, da adulto, vuole proteggere dalle manine appiccicose del futuro figlio. E così via, in un’alternanza di passato e presente, di lirici ricordi e amari rimpianti.

È un libro che si legge con il sorriso sulle labbra, perché tutti siamo stati bambini, tutti abbiamo patito almeno una volta lo strazio di quello sputo irriverente che la ruota della bicicletta non è riuscita a evitare mentre passavamo ai giardini con la bicicletta, tutti abbiamo temuto di non riuscire mai a capire gli altri, tutti ci siamo emozionati rivedendo un giocattolo che credevamo perduto e abbiamo odiato a morte i compagni di classe che ci sottraevano le attenzioni della persona amata. E Michele Mari ci restituisce con freschezza e un uso sapiente della lingua l’età più innocente, più pura, più dolorosa, con tutte le sue ossessioni e la sua meraviglia. È un libricino piccolo piccolo ma che va gustato con calma e lentezza, assaporando le scelte lessicali e sintattiche di un periodare mai banale.

I racconti a cui mi sono affezionata di più sono forse l’ultimo, in cui due anziani ricordano episodi apparentemente insignificanti della loro infanzia, e La freccia nera, per deformazione professionale (parla di come diverse traduzioni possano rendere un libro totalmente nuovo, e del rapporto con un padre autorevole), ma anche Otto scrittori è un piccolo gioiello: il protagonista, crescendo, si rende conto che gli autori di libri d’avventura che tanto ama non sono tutti uguali, che ognuno ha le sue particolarità, e dialoga con loro, li chiama a esprimere la propria opinione, li tratta come veri e propri amici da cui è straziante separarsi. E ora ditemi che non vi ci riconoscete. Impossibile, perché come dice Mari “è tutto laggiù”, nella terra perduta e adorata dell’infanzia.

Thais Siciliano


La vendetta, Agota Kristof

Titolo: La vendetta
Autrice: Agota Kristof
Cenni sull’autrice: Nata nel 1935 in uno sperduto villaggio ungherese, è emigrata in Svizzera per sfuggire all’invasione dell’Armata Rossa, ma non ha mai accettato quella nuova vita. Nei suoi romanzi e racconti si respira tutta la sua nostalgia per la terra d’origine. In Svizzera ha iniziato a scrivere in francese, pur non sentendola come lingua propria. È morta a Neuchâtel a luglio 2011, lasciando un vuoto immenso.
Traduttrice: Maurizia Balmelli
Anno di pubblicazione: 2005
Edizione: Einaudi Tascabili
Pagine: 83
Costo: 8€


-> Consigliato:
Consigliato?? Correte a comprarlo!

Prendete un bisturi immaginario, ma ben affilato. Immaginate di farvi, lentamente ma senza sosta, dei tagli sul cuore, sullo stomaco, sui polmoni, dentro la gola. Iniziate a sanguinare, a poco a poco. Dapprima i tagli non si vedono nemmeno, sono sottili e sembrano superficiali, ma più passa il tempo più si fanno evidenti. E alla fine bruciano. Bruciano da morire.
È questo l’effetto della brevissima raccolta di racconti di Agota Kristof, magistralmente tradotta da Maurizia Balmelli. Venticinque fulmini che ti lasciano boccheggiante, con gli occhi sgranati e l’amaro in bocca. Racconti di una, due, tre pagine. Stilettate dirette dove fa più male. Frasi brevi, concise, crude, non c’è spazio per i sentimenti, solo dati di fatto. Eppure queste venticinque vite sono umanissime e ricche di emozioni nascoste sotto la superficie, e il lettore se ne accorge, eccome. Il dolore è un filo sottile che lega ogni capitolo, ogni sguardo perso nel vuoto, ogni lacrima, ogni disperazione soffocata.

Se avete già letto qualcosa della Kristof, avrete a tratti una forte sensazione di déjà-vu. Perché il suo universo è popolato da fantasmi che ritornano, dei quali è impossibile liberarsi. Chi ama la sintesi resterà affascinato dal suo stile asciutto. Chi ama le frasi descrittive e involute resterà pietrificato. 

Non c’è spazio per la pietà, in questi venticinque battiti di cuore, né per i giudizi moralistici. Sono ottantatre pagine da leggere con il fiato sospeso, per paura che respirando tutto quel male possa entrarti dentro. Ma è inutile tentare di mettersi al riparo: questo libro ti cattura, ti stringe il cuore in una morsa, ti rimane sotto la pelle, come una scheggia. Parla di solitudini, di uomini che amano alla follia la casa della loro infanzia, di persone che hanno perduto un affetto e di chi non l’ha mai avuto, di ritorni e di incontri e di coincidenze. Quando l’ho chiuso sono rimasta con le lacrime che mi pungevano dietro gli occhi, crudeli, implacabili. Non sono scese, ma rimarranno lì ancora a lungo. Perché Agota Kristof parla di sconosciuti senza volto né nome, che vivono in città di cui non si sa nulla: parla di vite altrui, ma anche della mia. E della tua.

Thais Siciliano


Il team dei commentatori: chi siamo e perché lo facciamo

Era molto tempo che volevo realizzare questo post al fine di rendere più chiaro quel meccanismo di presentazioni di recensioni che ogni tanto metto in moto sulla pagina quando scrivo che un nuovo titolo x è stato commentato da una persona y. Ora, oltre me, ci sono dieci volenterose persone che arricchiscono il blog e l’altrui punto di vista consigliando dei libri con dei commenti particolarmente ricercati ed approfonditi; nessuno di noi ha la pretesa intellettualoide di recensire per bravura, o per saggezza, tutto ciò che commentiamo lo facciamo per amore dei libri e per quella trasmissione che omerica fu orale, tecnologica ormai avviene anche e sopratutto attraverso i social network. Ho impiegato un anno e sette mesi a trovare chi volesse seguirmi nella composizione di questo blog, chi fosse disposto a raccontare ciò che legge; in mezzo ai 12.274 ‘fan’ della pagina loro sono i poveri perseguitati dalla sottoscritta che ha notato il loro particolare dono del consigliare e ha deciso di riunirli in questa sorta di team che di volta in volta ci consiglia un titolo sempre nuovo o ci ricorda di un titolo che abbiamo già letto e che ci induce alla discussione. Qui di seguito li troverete in ordine alfabetico che si presentano con delle righe che li ho persuasi (anche se il termine giusto sarebbe costretti) a scrivere per creare finalmente questo post. Bando alle ciance, a loro la parola.

Alessandro Casile 

Ho un nome che mi piace averlo. Sono Alessandro, nato lettore a 17 anni in compagnia di Cujo e Dorian Gray. Fu quella la mia prima presa di coscienza, la mia prima seria conversione. Da allora è stato facile comprendere come leggere è vitale, il bisogno che soddisfava la curiosità e che allo stesso tempo l’accresceva. Così curioso della vita e delle persone, di quanto fosse importante capire bene il mondo per capire anche gli altri. Leggere ne sono certo m’ha fatto diventare una persona migliore, capace di fare scelte decisive e serie, chissà se giuste, ma certamente fiere e coraggiose. Leggere ne sono certo ha seminato in me la voglia di scrivere, che adesso è tanto forte quasi da decidere cosa fare del mio futuro. Un libro c’è sempre stato per ogni occasione e quasi sempre quando ci doveva essere, perché sono stati loro a scegliere me e non io loro. I libri sono doni ricevuti che è bene condividerli. Io sono Alessandro, un libro aperto. Leggetemi, scrivetemi.  Potete seguirmi anche sul mio blog.

Chiara Coppola

Ciao a tutti,

quando ho cominciato a pensare a cosa scrivere in queste righe di presentazione non è che avessi le idee molto chiare. Insomma, ero abbastanza confusa e con tantissime idee in testa, quasi come un vulcano in eruzione!
Alla fine però sono giunta alla conclusione che cominciare con le cose basilari sia utile sia per me che per chi leggerà questa presentazione da strapazzo!
Mi chiamo Chiara, ho 21 anni e sono romana. Amo la mia città, non la cambierei mai con nessun’altra al mondo, per quanto apprezzi altre città europee. Ma Roma è Roma, c’è poco da fare. Studio; la vita dello studente universitario è dura, da squattrinato e perennemente da sottoposto a stress-da-esami-che-non-finiscono-mai. Per fortuna studio una cosa che mi appassiona, ovvero la storia dell’arte. La amo da sempre, sin da piccolina, ma non l’ho capito veramente solo alla fine del liceo. Sono, in realtà, una mancata maestra d’asilo. Leggo, e leggo da sempre. Ricordo il primo libro che mi fu regalato (uno della collana Battello a Vapore), ricordo il primo libro che mi fu dato da leggere a scuola (“C’era due volte il barone Lamberto” di Gianni Rodari), ricordo l’autrice che mi stregò quando, a circa nove anni, giravo senza meta in biblioteca: Bianca Pitzorno. Se oggi sono quella che sono, devo ringraziare Bianca e Gianni. Quando leggo mi isolo completamente e quando leggo qualcosa di veramente straordinario ne parlo per mesi e mesi con tutti (fu il caso di “Anna Karenina”, per esempio), dando il tormento a tutti colori i quali mi sono vicini. Adoro leggere i grandi classici ed ho un amore smisurato per Alexandre Dumas, scoperta dell’anno appena passato. Ho un amore particolare nei riguardi di Agatha Christie, della quale ho letto quasi tutta la produzione con Hercule Poirot da protagonista, non amo particolarmente il fantasy come genere, e Isabel Allende è la scrittrice contemporanea che apprezzo di più, sino ad ora.
Mi piacciono molto i segnalibri colorati, vivaci. Alcuni li compro, altri li faccio io stessa. Leggo ovunque, benchè mi dispiaccia l’eventuale stropicciamento di pagine e copertina in una borsa. Non posso farci niente però, almeno un libro deve sempre accompagnarmi durante la giornata!

Chiara Pagliochini 

Chiara. Ventuno anni portati male. Studio Lingue e letterature straniere presso l’Università di Urbino; per il resto dell’anno vivo in una terra desolata che  alcuni chiamano Umbria. “Da grande” sarò uno scrittore o un pastore oppure  aprirò una di quelle belle librerie dove puoi anche sederti a prendere una  tazza di tè coi muffin al cioccolato. Ho ricominciato a leggere seriamente soltanto dall’anno scorso (ho passato una brutta adolescenza di fantasy scadenti e letteratura femminista, capitemi); ho una grande ammirazione per la letteratura inglese e americana. Non disdegno alcun genere e sono sempre aperta ai consigli ed è probabile che mi vediate passare da un fantasy a Jane Austen e da lei a Freud senza batter ciglio. I miei libri, se potessero, mi denuncerebbero per molestie: matita, righello!, e implacabili orecchie sono i miei strumenti di tortura. Accetto critiche, suggerimenti e inviti a cena. Se pensate che abbia qualche interessante squilibrio mentale e volete studiarmi come oggetto per una tesi di Psichiatria, troverete materiale molto utile sul mio blog.<

Chiara Sandretto

Sono nata sotto il segno dei gemelli diciannove anni fa, sulle ultime propaggini della primavera. Ho un nome che non ho mai digerito facilmente, per quel detto che recita “nomen omen est”, il nome è un presagio, e quindi il mio, Chiara, è stato da sempre come una dichiarazione di poetica, o un tracciato su cui sarei dovuta rimanere per essere coerente con me stessa. Ho un carattere abbastanza timido, anche se vengo spesso definita una persona solare – da qui il mio soprannome, Sunny – e affabile. Sono un’ottima costruttrice di castelli di carta e spesso ho slanci entusiasti, piani bellissimi che poi inevitabilmente subiscono un drastico ridimensionamento. Tolgo le parole di bocca a Cyrano de Bergerac: «io parto per strappare una stella al cielo e poi, per paura del ridicolo, mi chino a raccogliere un fiore». Questa timidezza, che a volte diventa introversione, ha trovato ottimi sbocchi nell’arte, in particolare in musica e letteratura. Ho iniziato a suonare il pianoforte a tre anni e mezzo, poco dopo a leggere e a scrivere. «Non so chi sono, ma so che amo leggere», e «Io non parlavo mai. […] Scrivere, ho scritto tanto. Ma scrivere è una forma sofisticata di silenzio» sono due delle citazioni che meglio mi definiscono. Scrivere è qualcosa che mi aiuta a capirmi e ad addomesticare i fantasmi, anche se non sto parlando di me stessa. Sul perché mi piaccia leggere potrei dire molte cose, ma forse una delle ragioni principali è perché una parte di me è sempre ansiosa di essere un’altra, altrove, persa al crocevia dei mondi.

Domenico Marino

E’ nato agli albori degli anni ’80 nei pressi di Bari, e si vanta in modo puerile di condividere il giorno di nascita con Cesare Borgia e Roald Dhal. È inciampato nella lettura da piccolo e da quel momento non è più stato possibile vederlo senza un libro in mano, finché è riuscito a trasformare questa attività in un mezzo di sostentamento, guadagnandosi (male) da vivere come editor freelance. Lettore onnivoro, ha però un debole per la mitologia, i poemi cavallereschi, i saggi storici, gli autori vittoriani e quelli giapponesi, e soprattutto per la letteratura fantastica in ogni sua declinazione. Spera di vincere un giorno il premio Hugo, e di vedere Neil Gaiman ritirare il Nobel per la Letteratura. Nel frattempo si accontenterebbe di vederlo assegnato a Murakami.

Elisa Lai

Io, simile a un conquistatore nella sua tenda campale, tracciavo le linee col carbone attraverso gli oceani e i continenti: da Mozambico, a Sumatra, alle Filippine, al Mar dei Coralli… e intorno a questo mio lavoro regnava un grande silenzio sospeso. L’ho chiamato lavoro, e forse era un gioco, ma per me era più bello che scrivere una poesia; giacché a differenza delle poesie, (che hanno il loro fine in se stesse), esso preparava l’azione, della quale nessuna cosa è più bella! Quelle linee di carbone mi rappresentavano la scia sfavillante della nave Arturo: la certezza dell’azione mi aspettava, come, dopo i be sogni della notte, s’accende il giorno, che è la bellezza perfetta. Il principe Tristano davvero delirava quando diceva che la notte è più bella del giorno! Io, da quando sono nato, non ho aspettato che il giorno pieno, la perfezione della vita: ho sempre saputo che l’isola, e quella mia primitiva felicità, non erano altro che un’imperfetta notte, […] in fondo l’ho sempre saputo. E adesso, lo so più che mai; e aspetto sempre che il mio giorno arrivi, simile a un fratello meraviglioso con cui ci si racconta, abbracciati, la lunga noia…

(Elsa Morante, L’isola di Arturo)

Ho deciso di riportare un passo di uno dei miei romanzi preferiti per spiegare cosa sia per me la lettura. La lettura è quella che trasforma un essere umano qualunque nell’adolescente Arturo che, alla fine di ogni giornata, sera dopo sera, è impegnato a tracciare sulla mappa gli itinerari dei suoi futuri viaggi. I viaggi della nave Arturo, i viaggi della nave Elisa, i viaggi della nave Lettore. Eterno adolescente, in perpetua fase di decollo. I suoi sono spostamenti potenzialmente infiniti, e gustosi anche nella sola fase di premeditazione. L’amore per gli ambienti gonfi di odore di carta, la bellezza del tenere un libro in mano, la ricerca dell’opera adatta a noi, in quel preciso momento o in un futuro caso di necessità, sono solo alcuni dei piaceri che si sommano al ritmo che le parole ci imprimono addosso.
Ciò che rende la lettura ciò che è è la sua capacità di far partire per lunghi viaggi, sì, ma anche di farci ritornare a casa. L’esperienza ci porta a scoprire tante isole, alcune delle quali diventano per noi prolungamenti della nostra terra materna.
Poco importa che io sia una studentessa, un venditore di polli al mercato o un astronauta: sono una Lettrice, e le mie isole sono quelle di Elsa Morante, Sandro Penna, Dino Buzzati, Virginia Woolf, Frank McCourt, Dostoevskij, Vladimir Nabokov, Michail Bulgakov. Finché loro esisteranno, la Lettrice potrà sempre tornare a casa.



Marco Tamborrino

Ho 17 anni, ormai 18, e sono un lettore abbastanza accanito. Dico abbastanza perché trascorro alcuni periodi leggendo molto lentamente o non leggendo affatto. Prediligo i contemporanei ai classici anche se Charles Dickens ha un posto speciale nel mio cuore. Nel tempo libero scrivo anche, narrativa più che altro. Il mio autore preferito è Cormac McCarthy mentre il gruppo sono i Sigur Rós. Tante volte mi dicono che sono arrogante e presuntuoso (per tralasciare egocentrico), ma non è poi così vero, perché sono sempre pronto ad ammettere la superiorità intellettuale di qualcuno. Sono una persona disponibile che ama discutere con le persone serie e mature. Un ultima cosa: recensisco per questa pagina perché è una pagina meravigliosa e la sua amministratrice non è da meno.

Michela Bocchicchio

Provo a descrivere in poche righe chi sono e perché leggo.
Ho 25 anni e vengo da Arezzo, nella mia bellissima amata Toscana. Mi sono laureata 2 anni fa in Scienze Infermieristiche e da allora lavoro presso il Pronto Soccorso della mia città. È un lavoro difficile e duro, che richiede tantissima forza di volontà ma amo molto quello che faccio e, alzarmi la mattina felice di andare al lavoro, per me è tutto.
Da quando a 6 anni ho iniziato a leggere non ho più smesso; avevo un gran bisogno di evadere, di scappare, di sognare, e nei libri ho trovato la mia salvezza; Mi ricordo che andavo da sola alla biblioteca del mio piccolo paesino e ricordo ancora che il primo libro preso in prestito è stato “Cenerentola” della Disney, il giorno dopo lo avevo già restituito. Il primo libro che mi ha cambiato la vita è stato “Piccola Principessa”di Frances Hodgson Burnett, è difficile da spiegarne il motivo a distanza di quasi 20 anni ma ricordo che piansi tantissimo e che lo presi in prestito molte volte, nel mio piccolo mondo di bambina quel libro significò la libertà e lo ricordo ancora con immenso affetto.
Ho letto praticamente di tutto nella mia vita di lettrice per arrivare a scoprire che i generi che preferisco sono i contemporanei femminili: Simone DeBeauvoir, Sylvia Plath, Sibilla Aleramo, Emily Dickinson …. Mi piacciono le donne che parlano di donne e delle loro storie difficili e tormentate:riesco a trarne sempre dei messaggi di forza e di coraggio.
Ovviamente amo anche i classici: Dumas, le Brontë e Doestoevkij occupano un posto speciale nel mio cuore; e poi arriviamo a Baricco che adoro senza cognizione di causa, ma i veri amori nascono cosi: senza poterne spiegare il motivo.

Senza libri sarei senza dubbio diventata una persona peggiore ed è per questo che faranno sempre parte della mia vita: non vogliono niente in cambio, ma ti regalano mondi interi.
Buone letture a tutti.

Patrizia Oddo

Patrizia, laurea in psicologia, nata a Palermo e trapiantata a Roma, lettrice appassionata con una missione: diffondere l’amore per i libri nell’universo-mondo. Questo significa, purtroppo per i malcapitati, che regalo (quasi) sempre dei libri. Mia figlia ormai è rassegnata, guarda il padre e con un’espressione divertita dice: “Mamma pensa sempre ai libri!” Ed è proprio così! Per quanto possa spingere indietro i miei ricordi, i libri (e i fumetti) sono sempre presenti. Ho imparato a leggere su Topolino e chiedevo spesso dei libri in regalo. A ogni trasloco, i libri mi hanno seguito. Adesso ho sempre un libro nella borsa: non si sa mai dovessi avere del tempo per leggere! Negli ultimi anni (con la nascita della pargola) ho sempre meno tempo per leggere e ed è relegato ai tragitti che faccio in treno per andare al lavoro o ai momenti in cui aspetto mia figlia nello spogliatoio della piscina. Proprio per questo sono diventati momenti preziosi che mi fanno apprezzare ancora di più la bellezza di un libro.

Stefania Trombetta

Imprigionata al tempo degli impavidi moschettieri, intrappolata in sale da ballo sfavillanti di nobildonne russe, in fuga nella Terra di Mezzo, eccomi a combattere, forse inerme ma agguerrita ventenne, l’eterna lotta fra Classici e Contemporanei, sempre pronta a sguainare la spada per difendere il mio Tempo, ma costantemente sconfitta dall’esercito dei Libri del Passato, che continua ostinatamente ad occupare dispoticamente la mensola de “I miei libri preferiti” .

Di giorno aspirante giurista, di sera, in compagnia di una pinta di caffè e protetta dal mio personalissimo Mantello dell’Invisibilità (il fidato piumone), mi rifugio in quei mondi tipici del Feuilleton, delle grandi epopee o dell’arte poetica otto-novecentesca.

Fra una canzone dei Beatles, un film di Al Pacino ed un trancio di pizza ai peperoni, mi piace pensare che la mia vita possa essere costantemente travolta ed elettrizzata dall’Universo cartaceo, sempre prontamente e benevolmente disponibile ad accogliermi e, a volte, consolarmi.

Thais Siciliano

Mi chiamo Thais, e già qui la gente si ferma. Ma cosa vuol dire? Ma perché ti hanno chiamata così? Ma un nome normale non potevano dartelo? Malgrado le domande siano sempre le stesse, mi piace avere un nome che in Italia poche altre hanno. Non è voglia di distinguersi a tutti i costi, è il desiderio di ritagliarsi una nicchia in cui ci sono solo io. Come l’angolo di camera mia in cui c’è la libreria, con cui ho un rapporto intimo e quasi simbiotico. Quando non so dove altro andare, mi appoggio lì. È la prima cosa che vedo quando apro gli occhi al mattino. Prima ancora di mettermi gli occhiali (sono miope come una talpa) sto lì e osservo i libri, nella nebbia del risveglio, mentre cerco di liberarmi dei sogni. Non sono disposti in nessun ordine preciso sugli scaffali, ma li riconosco dalla costa, li accarezzo con lo sguardo, e spesso è il non riuscire a riconoscerne uno – magari infilato in un angolino in cui non guardo mai, troppo in alto o troppo in basso, schiacciato fra due tomi più visibili e prepotenti – a darmi la forza di alzarmi dal letto e avvicinarmi per controllare di che cosa si tratta.
A questo punto vi domanderete, sì vabbè, bello starsene lì a rimirare i libri appena svegli, ma non devi andare a scuola, o a lavorare? Ma quanti anni hai? Ne ho 26, diciamo 27 perché manca poco e preferisco i numeri dispari, ma me ne sento addosso circa 17. E no, non vado a scuola – certo, a mio tempo ci sono andata, fino alla laurea specialistica – né lavoro, o meglio, non devo uscire di casa per lavorare. Faccio la traduttrice, il che vuol dire svegliarsi quando mi pare, starmene lì a rimirare i libri, e poi prepararmi un tè e mettermi davanti al computer, al calduccio, nella mia stanzetta. Bello, no? Certo. Peccato che il mondo dell’editoria sia una giungla, e il lavoro scarseggi, soprattutto se si è giovani e alle prime armi come me. Sono riuscita comunque a tradurre un paio di romanzi, tra poco inizierò il terzo, quindi sono contenta.
Intanto, per riempire il tempo ma non solo, seguo un master pomeridiano in traduzione editoriale… Ovviamente la mia vita non ruota proprio tutta attorno alla letteratura, sono anche fidanzata da sette anni, ho una famiglia numerosa e pochi ma buoni amici, viaggio spesso e volentieri, amo gli animali, sono vegetariana. Ma non voglio tediarvi, perciò eccomi qua, innamorata dei libri fin da quando ho imparato a decifrare i segni scritti su una pagina e forse anche da prima, perennemente con la testa tra le nuvole, con le mie ossessioni, le mie debolezze, le mie paure, come tutti.
La foto che allego rappresenta il momento più felice della mia vita professionale: il primo manoscritto da tradurre per Einaudi. L’ho scelta perché, quasi per caso, ci sono praticamente tutti gli oggetti che scandiscono il ritmo delle mie giornate: tazza di tè, computer, pila di libri sullo sfondo. Oltre a un sorriso che vorrei avere sempre.


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