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Diario di una scrittrice | Virginia Woolf

Titolo: Diario di una scrittrice
Titolo originale: A Writer’s Diary
Autore: Virginia Woolf, Leonard Woolf
Cenni sull’autore: Adeline Virginia Woolf, nata Stephen (Londra, 25 gennaio 1882 – Rodmell, 28 marzo 1941), è stata una scrittrice, saggista e attivista britannica. Considerata come uno dei principali letterati del XX secolo, attivamente impegnata nella lotta per la parità di diritti tra i due sessi; fu, assieme al marito, militante del fabianesimo, nel periodo fra le due guerre fu membro del Bloomsbury Group e figura di rilievo nell’ambiente letterario londinese.  Le sue più famose opere comprendono i romanzi La signora Dalloway (1925), Gita al faro (1927) e Orlando (1928). Tra le opere di saggistica emergono Il lettore comune (1925) e Una stanza tutta per sé (1929); nella quale ultima opera compare il famoso detto “una donna deve avere denaro, cibo adeguato e una stanza tutta per sé se vuole scrivere romanzi”. (via wikipedia)
Anno di pubblicazione: 2011
Edizione: BEAT. Edizione originale minimum fax
Curatore: Leonard Woolf
Traduttore: Giuliana De Carlo
Numero pagine: 418
Costo: 9,00€
-> Consigliato: A chi vuol addentrarsi nella vita di uno scrittore, nei retroscena delle sue opere.

Strano come la forza creativa rimette subito in sesto l’universo intero.”

Bisogna armarsi di passione e di pazienza per entrare nell’Io inespresso della Woolf, e salire sulle impalcature di quelle sue lente – e pur sempre operose – costruzioni letterarie. Leggere il suo diario è dare uno sguardo attento dapprima alla planimetria e poi al vero e proprio progetto, portato avanti con impegno e minuziosità, nell’esercizio della scrittura, nell’esercizio del vivere. È partecipare direttamente alla formazione delle fondamenta fatte di cemento armato: di carta e inchiostro, di tantissime letture classiche, moderne e contemporanee. È vedere sollevarsi pilastri d’operosi pensieri, squadrati e stabili, sul proprio lavoro di scrittrice e di critica letteraria. È ripararsi dietro mura spesse di mattoni, dentro la sua solitudine, protetta dai più cari amici e da Leonard, suo marito, il suo primo lettore, il suo più grande estimatore e supervisore di questo grande progetto diventato poi, un classico, una serie di classici. È guardare fuori dalle finestre la storia scorrere, la natura esplodere e la vita morire. È abbellire gli interni di uno stile perfezionato attraverso prove, revisioni, stroncature, tagli su tagli: essenziale. È ammirare infine una struttura costruita per resistere ai venti più forti della critica letteraria, ai terremoti più forti della vita, alla morte stessa.

“Non si scherza con le parole – non si può – quando si vuole che durino «in eterno».”

Era questa la Woolf, una donna forte che confidava nelle sue capacità ma che anche teneva molto a ciò che gli altri pensavano di lei. Si aspettava forti critiche, e puntuali arrivavano dopo ogni sua pubblicazione, e queste le servivano per rafforzarsi nelle sue intenzioni. Arrivavano pure molti complimenti e vendite inaspettate, e quest’altre contribuivano a farla sorridere di felicità e a crearsi dei risparmi che spendeva in libri, quaderni, viaggi, penne e calamai. Soffriva il vuoto dell’inoperosità, che arrivava sempre dopo le ultime frasi dei suoi libri, e aveva paura della morte, soprattutto quando sottraeva alla vita persone che riscopriva care. Lottava contro il fascismo e per la parità dei sessi, e per sua sfortuna visse gli ultimi suoi anni col pensiero costante di una guerra “inutile”: di altre morti.

Questa era la Woolf dedita a leggere e scrivere, vivere e morire.

Alessandro Casile

Riguardo Virginia Woolf potete leggere la recensione di:
-> La signora Dalloway
-> Le onde
-> Al faro


Al faro | Virginia Woolf

Titolo: Al faro
Titolo originale: To the lighthouse
Autore: Virginia Woolf
Cenni sull’autore: Adeline Virginia Woolf, nata Stephen (Londra, 25 gennaio 1882 – Rodmell, 28 marzo 1941), è stata una scrittrice, saggista e attivista britannica. Considerata come uno dei principali letterati del XX secolo, attivamente impegnata nella lotta per la parità di diritti tra i due sessi; fu, assieme al marito, militante del fabianesimo, nel periodo fra le due guerre fu membro del Bloomsbury Group e figura di rilievo nell’ambiente letterario londinese.  Le sue più famose opere comprendono i romanzi La signora Dalloway (1925), Gita al faro (1927) e Orlando (1928). Tra le opere di saggistica emergono Il lettore comune (1925) e Una stanza tutta per sé (1929); nella quale ultima opera compare il famoso detto “una donna deve avere denaro, cibo adeguato e una stanza tutta per sé se vuole scrivere romanzi”. (wikipedia)
Data di pubblicazione: 1927
Edizione: Mondadori
Traduttore: Nadia Fusini
Numero pagine: 180
Costo: € 7,40
Consigliato: Sì.

Sono in piedi sul patio di una casa. Con la forza della mente invado questo spazio che non mi appartiene: cosa vedo? Al di là della costa scorgo la luce intermittente di un faro, per sempre uguale a se stessa. Qualche metro più avanti a me, una ragazza dipinge la scena e la sua insicurezza. Dei bambini scorrazzano attraverso il prato. Alla mia sinistra un uomo, il signor Ramsay, cammina nervoso, portandosi appresso la sua aria solenne e perentoria: è altrove, chissà a cosa pensa e se per automatismo o per una precisa volontà ogni tanto le sue labbra si socchiudono a mormorare un verso di William Cowper: perimmo, ognuno da solo. Ma cosa manca? Dov’è che tutti questi fili si annodano? Fatemi guardare, lasciate che mi volti. Deve esserci qualcun altro. Ah, eccola: le porte sono chiuse, ma la vedo attraverso una finestra aperta. È seduta dritta sulla sedia mentre lavora a maglia – la signora Ramsay.

Sono in piedi sul patio di una casa. Con la forza della mente invado questo spazio che non mi appartiene: cosa vedo? Al di là della costa scorgo la luce intermittente di un faro, per sempre uguale a se stessa. Qualche metro più avanti a me, una ragazza dipinge la scena e la sua insicurezza. Dei bambini scorrazzano attraverso il prato. Alla mia sinistra un uomo, il signor Ramsay, cammina nervoso, portandosi appresso la sua aria solenne e perentoria: è altrove, chissà a cosa pensa e se per automatismo o per una precisa volontà ogni tanto le sue labbra si socchiudono a mormorare un verso di William Cowper: perimmo, ognuno da solo. Ma cosa manca? Dov’è che tutti questi fili si annodano? Fatemi guardare, lasciate che mi volti. Deve esserci qualcun altro. Ah, eccola: le porte sono chiuse, ma la vedo attraverso una finestra aperta. È seduta dritta sulla sedia mentre lavora a maglia – la signora Ramsay.

“Sì, certamente, se domani è bello” disse la signora Ramsay. “Ma ti dovrai svegliare con l’allodola” aggiunse.
Un inizio quotidiano, una frase ordinaria da immaginarsi pronunciata col tono dolce di una madre. È la risposta alla domanda del figlio James, che nella riga subito precedente l’incipit le ha chiesto se il giorno seguente si andrà al faro.
Come si deduce sin dal titolo, quell’edificio alto, nudo e diritto, di un bianco e nero abbaglianti, è la nostra meta.
Prima di proseguire, però, un abbozzo di architettura narrativa: To the lighthouse è suddiviso in tre parti – La finestra / Il tempo passa / Il faro. In pieno stile Woolf, l’arco complessivo del romanzo abbraccia una decina d’anni, ma questa si dipana tutta nella brevissima sezione centrale (una ventina di pagine, circa un decimo del totale), mentre la prima e l’ultima sezione descrivono ciascuna gli accadimenti di una sola giornata. I due ‘momenti’ sono tra loro ‘complementari e opposti’, sospesi entrambi nel mare dell’attesa – per la prima parte, l’attesa della gita al faro, annunciata ma adombrata da quell’ipotetica incipitaria, se domani è bello; per la terza, la realizzazione della gita al faro e una nuova attesa, quella dell’approdo, durante il tragitto in barca.

Il perno del primo momento è la signora Ramsay, donna dal portamento e dall’anima regale per quanto semplice, che secondo la giovane Lily racchiude in cuor suo,come il tesoro nelle tombe dei re, tavole di scritti sacri, che a saperle leggere le avrebbero insegnato tutto, ma mai sarebbero state esibite apertamente, mai rese pubbliche. Una sorta di Beatrice quotidiana, invecchiata ma ancora capace di portare luce, di vincere le sue battaglie, di lasciare attoniti con il mistero che porta con sé. Tutti cercano di trovare la sua chiave di volta, di comprenderla, invano, o almeno senza mai avere la certezza di esserci riusciti. Era saggezza? Era esperienza? O, ancora una volta, era l’inganno della bellezza, la trappola d’oro in cui le percezioni, a mezza strada dalla verità, si impigliano? Le persone le orbitano attorno come a un asse di rotazione, a un sole. Anche i tentativi di abbozzare alcuni suoi difetti (ad esempio il piacere che prova nell’organizzare appuntamenti, preparando futuri matrimoni) non vengono portati avanti con tenacia. I suoi pregi li rendono trascurabili, le vengono perdonati senza sforzo. Non leggiamo mai una vera descrizione che la riguardi, eppure nella prima parte del libro riusciamo a disegnare un ritratto tutt’altro che sommario, grazie alle varie voci che di lei parlano – se stessa, il marito, Lily la pittrice oppure Bankes, uomo di scienza – come tanti raggi che intersecandosi creino una figura a tutto tondo. E anche se non conosciamo il colore dei suoi occhi questa figura femminile – non più, ricordiamolo, giovane, anzi madre di otto figli – non è comunque priva di concretezza, e anzi leggerla dal suo punto di vista, cosa che la scrittura ‘mentale’ di Virginia Woolf ci permette di fare, risulta piacevolmente umano – la vediamo in tutti i suoi riflessi, intenta a preoccuparsi della casa, dei bambini, del marito, dei soldi, del giardino, dei futuri lavori di ristrutturazione.

La signora Ramsay viene improvvisamente a mancare nella seconda parte. “Ramsay incespicando lungo il corridoio tese le braccia una scura mattina, ma poiché la signora Ramsay era morta improvvisamente la notte avanti, tese le braccia e basta. Rimasero vuote.” Le ultime parole si commentano da sé. Non esiste per il vuoto un indice di intensità. È venuto a mancare il sole. Privata dell’incantesimo della signora Ramsay, la casa cade irrimediabilmente in rovina insieme al resto della famiglia – alcuni muoiono, gli altri non tornano più tra quelle mura – e mentre Virginia Woolf sfoglia gli anni come se fossero minuti i rampicanti spaccano i vetri, l’erba cresce nel giardino, i tavoli e i libri diventano grigi di polvere, ripuliti solo ogni tanto da un’anziana donna di servizio. Queste pagine sono sospinte da una narrazione veloce su cui non ci si sofferma, i fatti più spiccioli vengono addirittura riportati tra parentesi quadre.

Il Faro, la terza parte, chiude il cerchio: qui viene finalmente compiuta la gita di cui abbiamo appreso all’inizio – rimandata, dieci anni prima, a causa del maltempo. Tutto è cambiato, a parte l’immutabile Faro, e l’ultima sezione costituisce quindi un progresso rispetto alla prima, ma di questa rappresenta anche un parallelo in negativo: come La finestra era centrata sulla figura della signora Ramsay, la conclusione è dominata dalla sua assenza, ma presente e quanto mai concreta. Lily, protagonista attiva di quest’ultima sezione, alle prese con un quadro iniziato dieci anni prima, pensa:

“[…] ma come si faceva a esprimere in parole queste emozioni del corspo? a esprimere quel vuoto? (Guardava gli scalini del salotto, erano straordinariamente vuoti). Era un sentimento del corpo, non della mente. Le sensazioni fisiche che derivavano dall’evidenza nuda degli scalini le furono d’un tratto estremamente sgradevoli. Volere, e non avere […] – come le strappava il cuore, lo torceva, lo straziava! Oh, signora Ramsay! chiamò in silenzio […], come per rimproverarla d’essere scomparsa, ed essendo scomparsa, di tornare.” E più avanti: “Se la esigevano con violenza […] allora la bellezza si sarebbe ravvolta in se stessa, lo spazio riempito, quei vuoti ghirigori avrebbero preso forma. Se avessero gridato forte, la signora Ramsay sarebbe tornata”.

Naturalmente la linea della signora Ramsay non è l’unica che attraversa il romanzo e l’ultima sezione in particolare, ma ho scelto di sviluppare questa, perché amo il tema della presenza/assenza, della persistenza delle persone, per così dire. Volendo fare un altro accenno, una seconda direttrice molto nitida è quella del signor Ramsay, che entra in scena all’inizio del libro per dire con freddezza al figlio: “Ma non sarà bello”, non potranno andare al Faro, e sarà da James odiato per sempre a causa di questa tagliente verità. Il sì della signora Ramsay e il no di suo marito chiariscono meglio di qualsiasi descrizione la profonda differenza tra le due figure, ma giustificano anche in parte la dipendenza tra i due. Ognuno può essere profondamente se stesso soltanto in presenza del suo opposto all’altro lato della tavola, della vita. Si capisce perciò come il signor Ramsay dell’ultima sezione sia se stesso a metà, sempre arcigno e scuro, tirannico nei confronti dei figli, ma anche solo sotto la corazza della sua cultura, chiuso in un dolore egoistico, e così bisognoso di parlare da mettersi a dissertare con Lily Briscoe riguardo ai suoi stivali.

Tutto si conclude con il completamento del quadro di Lily, da dieci anni in attesa di conclusione. “Mi piace la fine” scrisse la Woolf il 21 marzo 1927 a proposito di ‘To the lighthouse’. Proprio mentre il signor Ramsay sbarca coi figli al Faro, “Eccolo – il suo quadro. […] Era fatto; finito. Sì, pensò, mettendo giù il pennello spossata, ho avuto la mia visione.” Ora anche Lily, come un tempo la signora Ramsay, sa suggellare un momento in magia. E, come spesso accade, ancora una volta spetta all’arte chiudere il cerchio di una famiglia, mettere fine con una pennellata a un’attesa lunga un decennio – di una linea, di un approdo, di un senso.

 

 

Chiara Sandretto


Le onde | Virginia Woolf

Titolo: Le onde
Titolo originale: The Waves
Autrice: Virginia Woolf
Cenni sull’autrice: Adeline Virginia Woolf, nata Stephen (Londra, 25 gennaio 1882 – Rodmell, 28 marzo 1941), è stata una scrittrice, saggista e attivista britannica. Considerata come uno dei principali letterati del XX secolo, attivamente impegnata nella lotta per la parità di diritti tra i due sessi; fu, assieme al marito, militante del fabianesimo[1], nel periodo fra le due guerre fu membro del Bloomsbury Group e figura di rilievo nell’ambiente letterario londinese. Le sue più famose opere comprendono i romanzi La signora Dalloway (1925), Gita al faro (1927) e Orlando (1928). Tra le opere di saggistica emergono Il lettore comune (1925) e Una stanza tutta per sé (1929); nella quale ultima opera compare il famoso detto “una donna deve avere denaro, cibo adeguato e una stanza tutta per sé se vuole scrivere romanzi”. (da wiki)
Anno di pubblicazione: 1931
Edizione: Einaudi tascabili.
Traduttore: Nadia Fusini
Numero pagine: 220
Prezzo: 11€
-> Consigliato: Sì, ma solo a chi ama i libri difficili e straordinari, che lasciano saturi, esausti, felici.

Credo anche che i nostri corpi siano in verità nudi. Siamo solo leggermente ricoperti da una stoffa abbottonata, sotto il selciato ci sono gusci di conchiglie, ossa e silenzio. 

Virginia mi ha parlato per quasi un mese con sapienza e posatezza, incantandomi. Nell’approcciarmi a questo libro mi ero illusa di trovare una parvenza di romanzo, ma ero totalmente impreparata a quello che avrei trovato. Non v’è infatti traccia della grande chiesa dall’architettura perfetta e ben disegnata che contraddistingue quel genere letterario. Leggendo le prime pagine si ha piuttosto la sensazione di inseguire sei ombre (o sette?) che si differenziano le une dalle altre solo per le virgolette che separano i loro soliloqui, sei fantasmi che si rincorrono in una radura luminosa, verde. Ci sembra che a parlare sia sempre la stessa persona, impressione che viene smentita man mano che le diverse voci assumono ognuna un’indole ben definita; ma la suggestione iniziale si riconfermerà più avanti.

All’inizio ho continuato a guardare da una parte all’altra del paesaggio che mi si parava davanti (impressionista per i colori tenui, lirici, e preraffaelita, per gli angeli tristi che lo abitano), cercando un fuoco, una prospettiva che mi conducesse all’altare di quella cattedrale che ancora mi ostinavo a cercare. Ben presto, però, ho capito di essere dentro qualcosa di meglio. Non saprei come descrivere quest’opera se non pensando a quella luce che ogni tanto si vede sul mare nei momenti di sospensione del tempo, ora dolce e subito dopo crudele, adesso abbacinante adesso tenue, e a quegli arabeschi che i raggi del sole disegnano sulle onde. È tutto uno scintillio: cielo, terra e mare sono per un istante un unico continente d’oblio, senza mai cessare di essere sé stessi. È la voce del mare (fatta di conchiglie, di spuma, di roccia e sabbia) a tenere insieme l’incantesimo, a soffiarci in petto quella ‘dolcezza inquieta’ di montaliana memoria. Si percorre l’orlo di qualcosa di bellissimo, che parla direttamente al cuore, perché in quell’emozione ci siamo anche noi.

Prima di tutto, un breve accenno alla struttura: le sei “Onde” narranti si intrecciano polifonicamente tra di loro e sono, alla fine di ogni sezione, interrotte da preziosi interludi che descrivono l’arco del sole e il mutare della natura dall’alba al tramonto (con particolare attenzione alla luce e a come questa cambia la fisionomia delle cose), e che stemperano in un momento di calma la dolce irruenza dei soliloqui. Sono passi di un lirismo unico e bellissimo, quanto mai icastici, cui fa sempre da sfondo il suono dei flutti che ritmicamente rompe il silenzio. In questi passi pare ostentata l’assenza delle persone: è la pace di una natura pre-umana che non conosce le parole e il loro continuo bisogno di enunciare, definire, limitare, per poi ricadere in un nulla di fatto.

Dalla fanciullezza alla vecchiaia, i narratori di “Le onde” sono le tante facce di un unico cristallo, o  – come si legge – i tanti petali di un garofano rosso (“In quel vaso c’è un garofano rosso. Un fiore solo mentre eravamo in attesa, ma ora un fiore con sette lati, […] un fiore unico a cui ogni occhio dà il suo contributo”): comunanza, quindi, ma anche l’insormontabile solitudine del non poter divenire altri da sé se non per un momento, del non potersi perdere per sempre in quelle altre voci così simili. Da qui il dolore, la sensazione di isolamento, l’inganno del bastarsi. Il cuore del cristallo è duro, dopotutto, e così anche le giovinezze di questi ragazzi – Bernard, Louis, Susan, Neville, Jinny, Rhoda, (Percival) – che si rivelano miti incrinati, frutti appena nati e già intaccati dalla realtà. Il ricordo di quel tempo passato non passa mai, e viene continuamente riassorbito, rielaborato nel presente come una condanna – il futuro non esiste, le prospettive e l’incasellamento operato dalla vita assumono qui una sfumatura quasi tragica. Bastano due esempi: Louis, destinato a divenire affarista come suo padre (“banchiere a Brisbane” è l’epiteto maledetto), e Percival, che muore cadendo da cavallo in una terra lontana.

Ciascuno veste a festa il proprio bene e il proprio male e li sviscera, come in un ricordo delle vecchie pratiche di divinazione (“A turno allora andai a cercare i miei amici […]. Andai dall’uno all’altro con il mio dolore – no, non il dolore, ma la natura incomprensibile della vita – perché li esaminassimo insieme”) e, persi nel loro mare interiore, vediamo questi giovani uomini vecchi trascinati attraverso gli anni (“Come va veloce la corrente da gennaio a dicembre! […] Galleggiamo, galleggiamo…”), le perdite, i successi veri e falsi, verso quella battigia dove si rompono tutte le onde, anche le loro. La fine arriva non quando il mare li trascina nel suo ventre, ma quando esso li rigetta.

(Non mi dilungo oltre: non ritengo sia questo il luogo per un’analisi più approfondita di un tessuto così complesso, che richiede, per essere compresa, la lettura del romanzo. Un modo per un altro per dirvi: cosa state aspettando? Abbandonatevi al flusso).

Chiara Sandretto

Sempre riguardo Virginia Woolf potete leggere la recensioni de:
->  La signora Dalloway


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