Scritti teatrali, Bertol Brecht

Titolo: Scritti teatrali
Titolo originale: Schriften zum Theater
Autore: Bertolt Brecht
Cenni sull’autore: Principale drammaturgo tedesco del Novecento, Brecht nasce ad Augusta nel 1898. Nel 1928 ottiene il primo successo a teatro con L’opera da tre soldi, musicata da Kurt Weill. Dopo l’incendio del Reichstag, nel 1933, lascia la Germania per stabilirsi prima in Danimarca e poi negli USA. Nel 1947 aderisce all’invito della Repubblica Democratica Tedesca di stabilirsi a Berlino Est, dove fonda il famoso teatro Berliner Ensemble. Di solida fede marxista, Brecht voleva che il suo teatro fosse sì un teatro di intrattenimento, ma che non trascurasse la sua funzione sociale, invitando gli spettatori a un distacco critico dalle vicende rappresentate. Tra le sue opere di maggior successo ricordiamo Ascesa e caduta della città di Mahagonny, Madre Coraggio e i suoi figli, L’anima buona di Sezuan, Vita di Galileo.

Anno di pubblicazione: 1957
Edizione: Piccola Biblioteca Einaudi
Pagine: 248
Tradotto da: Emilio Castellani, Roberto Fertonani, Renata Mertens
Costo: € 18,00
-> Consigliato: Se vi interessa, perché no. Se obbligati, perché no.

“Il destino dell’uomo è l’uomo.”

Io credo che tutti i libri abbiano qualcosa da dirci, anche quelli che non vogliamo leggere né mai leggeremmo se non per imposizione. Tutti i libri hanno qualcosa da dirci, purché chi li ha scritti voglia davvero dirci qualcosa, purché egli creda veramente in quel che scrive. La sincerità, in un libro, la si avverte a fiuto, ed è sempre un profumo.
Così è stata questa mia esperienza con Brecht. Da profana quale sono, totale ignorante, nel mio generale disinteresse per l’arte teatrale, mi preparavo a una lotta o a una marcia estenuante su terreni gelati. La neve che fioccava intorno, oltre le finestre, aggiungeva un tocco di realismo all’atmosfera. Ma in realtà Brecht mi ha fatto capire che si può marciare nella neve e neanche dispiacersene poi tanto, se ogni tanto fai una sosta in una casetta di contadini e ti fermi a prendere una cioccolata calda. Ammesso che i contadini tengano la cioccolata calda. Ammesso che ad accompagnare i tuoi passi, a stampare le orme nella neve accanto alle tue, ci sia un vecchio bonario signore di nome Bertolt Brecht.
Brecht stesso ci avvisa che è piuttosto inutile e anche abbastanza fuorviante leggere i suoi Scritti teatrali senza mai aver “visto” il suo teatro. E io poi, che non ho mai letto neanche uno dei suoi testi… ma insomma, chi me lo fa fare? L’esame di Letterature comparate, ecco chi me lo fa fare.
Quando ci vengono imposte letture che mai ci sogneremmo di fare, al povero studente/lettore non restano che due alternative:

– accingersi alla lettura come se si trattasse di prendere uno sciroppo senza avere la tosse;
– convincersi di avere la tosse e quindi prendere lo sciroppo perché ci fa bene.

Questa seconda via, che si chiama “fare di necessità virtù”, è quella che imbocco sempre io. Finora ha sempre funzionato.
E così, anziché fare una recensione scolastica cercando di spiegare a voi che cosa siano il “teatro epico”, “l’effetto di straniamento”, la “dialettica teatrale, la “musica gestuale”, mi limiterò a stilare una lista degli insegnamenti umani che questa lettura mi ha lasciato:

1. È sterile e dannoso che in un’opera letteraria l’uomo venga rappresentato come una creaturina soggetta ai capricci del fato o ai flutti di un’ineluttabilità perversa.
2. In un’opera letteraria, l’uomo non dovrebbe essere rappresentato come “eternamente uguale a se stesso”. L’uomo non è mai stato né mai sarà sempre uguale a se stesso, in quanto ogni uomo è soggetto alle specifiche leggi del suo tempo. Allo stesso modo, il comportamento di ogni uomo è soggetto alle condizioni sociali in cui si trova a vivere. Un ricco nobile del Cinquecento, un operaio della prima rivoluzione industriale, il padrone della fabbrica in cui lavora, la donna che proprio adesso sta andando a fare la spesa sono tutte persone diverse, sono dei singoli: ognuno di loro, posto dinnanzi alle stesse condizioni, reagirebbe in modo diverso.
3. Il fato non esiste, “il destino dell’uomo è l’uomo”. Poiché il fato non esiste, il mondo si può cambiare. Poiché il mondo si può cambiare, lo posso cambiare anch’io.
4. Per cambiare il mondo, è necessario sapere come il nostro mondo funziona. Bisogna conoscere la storia, le leggi economiche che ci governano, le dinamiche della lotta di classe. Non serve a niente andarsene in giro con il naso all’aria e alzare le spalle dicendo, “io non posso farci niente”. Non è vero: se io mi documento, se sono informato, io posso effettivamente fare qualcosa. Io fabbrico il mio destino da me.
5. L’arte non può cambiare il mondo, ma deve mostrare che il mondo può essere cambiato. “Tutte le arti contribuiscono all’arte più grande di tutte: quella di vivere”.
6. L’arte quindi non deve incantarci, imbambolarci, trasportarci altrove. L’arte deve scuotere le coscienze, prendere per il colletto lo spettatore, spingerlo a un’indagine critica di ciò che succede sulla pagina o sul palco. Egli non deve identificarsi in Amleto, ma deve poter discutere di Amleto. Deve poter capire dove ha sbagliato e cosa di diverso si poteva fare per non giungere allo stesso errore.
7. L’arte deve basarsi sull’osservazione degli uomini. Bisogna guardare gli estranei come se fossero nostri conoscenti e i nostri conoscenti come se fossero estranei. Bisogna interrogarsi sulle dinamiche che regolano i rapporti tra esseri umani e saperle riprodurre fedelmente.
8. L’arte non deve mai totalmente improntarsi a questa sua vocazione morale o didattica. Il fine primario dell’arte resta quello di divertire. La noia non è un clima che si confaccia all’insegnamento. Se l’arte vuole insegnare, deve prima divertire.

Vorrei poter essere d’accordo con Bertolt Brecht. Ho fiducia nelle sue posizioni e lo reputo degno del mio rispetto, tuttavia non ho un briciolo della sua incondizionata fiducia. E per questo, se guardate bene, vedrete stampate sulla neve due serie di impronte molto diverse tra loro. Le mie sono tutte sghembe, alcune molte leggere, alcune molto profonde, e ogni tanto c’è il segno di una scivolata. Quelle di Brecht sono solidissime, tutte uguali e c’è persino l’impronta di un bastone da passeggio. Ma ogni tanto – ecco, guardate lì! – deviano dal loro percorso naturale, si avvicinano alle mie e quasi le coprono. Quelli sono i momenti in cui io scivolavo, e lui mi porgeva il braccio.

Chiara Pagliochini 

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